*
*
mercoledì 1 ottobre 2014, ore 10:09 , utenti connessi :
Appuntamenti Appuntamenti
  Home page    I libri    Biografia    Video    English    Mailing List

Il Giornale, 13 agosto 2010

Hanno poco più di vent’anni, vivono in un bunker, sorvegliano 24 ore su 24 il Medio Oriente. Da schermi che vedono il futuro.

Biranit (Israele) - La vetta di una montagna dove Israele, Libano, Siria, si toccano senza simpatia. Una piccola passeggiata in mezzo a sassi e cespugli dopo un cancello scorrevole guardato da un ragazzo stanco e bruciato dal sole che controlla bene chi sei. E poi qualche vecchia baracca di legno spellata dal vento, fra i cespugli spinosi e i sassi. «Forza - dice Tzachi, 26 anni, occhi allegri color nocciola - sali su...». Una scala di ferro fra gli alberi appoggiata a una specie di vagone verniciato di nero, e poi una porta con un maniglione. E sei dentro, al buio, in un piccolo antro dove a malapena si sta in piedi. Gli occhi si abituano dopo il sole accecante, e vedi una quantità di stelline verdi in movimento inquadrate negli schermi della più incredibile tecnologia. Due lunghi ragazzini di leva, riccioli e brufoli e voce ancora stonata, controllano seduti al buio nello spazio di un metro tre schermi, quello nel mezzo mostra una mappa di tutti i colori. Il Medio Oriente. Gli altri due scrutano al centimetro, 24 ore al giorno, il cielo del nemico, qualsiasi cosa si muova dalla Siria e nel resto delle vicinanze. Ecco guarda, dice Tzachi, e mostra un punto verde a luce intermittente: «Questo lo conosciamo bene, atterra a Damasco sempre alla stessa ora. Nessun problema. Ma se laggiù si muovesse qualcosa di diverso, di nuovo, un aereo, un missile, non importa quanto piccolo, se venisse verso di noi, allora sentiresti subito una sirena. Centottanta soldati, 90 delle riserve e 90 di leva, si muoverebbero tutti insieme. E ognuno sa esattamente cosa deve fare. Ora ti mostro». [...]

Il Giornale, 9 agosto 2010

Sulla spiaggia di Gaza riaffiorano i corpi delle vittime di un acerrimo regolamento di conti tra le fazioni. Il movimento islamista al potere consolida con la violenza la propria posizione: chi si oppone viene eliminato.

La calda, affollata spiaggia di Gaza cinque anni fa, al momento dello sgombero, era per i proprietari degli alberghi e dei ristoranti affacciati sulla sabbia la rappresentazione della vita dopo gli israeliani: turismo in costume da bagno, giornalisti che si abbronzano e fanno la siesta sulle sdraio mentre gli asinelli sospinti dai ragazzini giocano con la schiuma del Mediterraneo. Per i camerieri, pesce fresco da spinare in cambio di buone mance. Il mare, orlato da palme ed edifici moderni per il turismo. Sarebbe dovuto andare così. Ma sin dal primo momento, quando Hamas prese il potere, quella spiaggia è stata percorsa da rivoli di sangue, sovente sangue di fratelli palestinesi invisi al potere assoluto dell’organizzazione integralista. Uscire di metafora è troppo facile: dalle voci dei palestinesi locali, spaventati e confusi, si sa che è molto frequente l’affiorare di corpi riportati dalle onde sulla spiaggia. I giornali riportano spesso un’ecatombe di affogati, ma si sa che non è colpa solo del mare: spesso quei morti hanno anche una pallottola in testa, e fra di loro si trovano personaggi della nomenclatura, burocrati del ministero degli Interni, ufficiali della polizia e degli uffici di sicurezza che Hamas ha piazzato ovunque. [...]

Venti di guerra tra Israele e Libano
mercoledì 4 agosto 2010 -  commenti

Il Giornale, 4 agosto 2010

Convocato il Consiglio di sicurezza. Il premier Netanyahu: «Il governo di Beirut è responsabile». Hezbollah minaccia: «La prossima volta spareremo anche noi»

L’incidente più grave che il confine israelo-libanese abbia conosciuto dalla guerra del 2006 e che ha causato un morto israeliano più un ferito grave e quattro morti libanesi, ha qualcosa di surreale: un attacco a fuoco da parte dell’esercito libanese, non di Hezbollah, di cui è difficile vedere le ragioni se non in una crisi d’odio tipica del conflitto arabo-israeliano, o in un piano molto sofisticato che promette guerra. Le guerre qui nascono fra i cespugli delle montagne e la polvere di strade sterrate con spari e rapimenti inaspettati. Così fu il 12 luglio del 2006 vicino a Zarit; stavolta, e speriamo non sia guerra, a metà della caldissima giornata di ieri, l’esercito libanese ha reagito con l’artiglieria alla presenza di una pattuglia israeliana in una delle enclave vicino al kibbutz Misgav haAm, fra la linea blu, il confine stabilito dall’Onu, e la barriera di sicurezza israeliana: nelle enclave Israele ha il permesso di entrare, ma data l’incertezza dell’appartenenza, entrarvi è sempre un rischio, come si è visto in un simile incidente nel 2007. [...]

Il Giornale, 3 agosto 2010

Niente suona più futile della parola «stabilità» usata ad abbondanza dall’inusuale duo saudita siriano mostratosi in visita a Beirut la settimana scorsa: Hezbollah si frega la mani, mentre cadono missili terroristi su Eilat in Israele e su Aqaba in Giordania, mentre su Hamas piomba un missile che fa 24 feriti di probabile provenienza Hezbollah, mentre palestinesi e israeliani si agitano sulla eventuale ripresa di colloqui. E insieme, strana coppia, si presentano a Beirut Abdullah, il re saudita, e Bashar Assad, il presidente siriano, per una perorazione comune che secondo loro dovrebbe salvare il Libano: «Chiediamo di non pubblicizzare le scoperte del tribunale incaricato di scoprire chi è l’assassino di Rafik Hariri, pena uno scontro micidiale che travolgerà il Libano». Insomma: salviamo Hezbollah, principale fonte di instabilità a Beirut. Perché i due vengono insieme a tentare di bloccare le rivelazioni del tribunale di Antonio Cassese, dopo essersi già incontrati giovedì in un altro inconsueto appuntamento a Damasco per parlare fitto fitto prima della mossa libanese? [...]

Cari amici,
giovedì scorso ho ricevuto una risposta dal goveno sulla richiesta di adoperarsi perché l'IHH (Insani Yardim Vakfi, ovvero la Ong turca che ha organizzato la spedizione tutt'altro che pacifica della Mavi Marmara lo scorso maggio) sia messa fuori legge. La risposta del sottosegretario Alfredo Mantica in Commissione Estera è stata prudente ma abbastanza positiva e io a mia volta ho risposto di non essere d'accordo con la sua posizione.
In generale comunque la questione è stata posta, è agli atti della Camera ed è stata presa molto sul serio cambiando così completamente i termini della vicenda della flottiglia e anche quelli del suo rapporto con la Turchia, che infatti è stato trattato nel contesto della risposta. Il punto base del governo era che l'origine dell'organizzazione è umanitaria, che essa si ritrova in Bosnia e che è molto difficile rintracciare tutti gli elementi che la consegnano senza ombra di dubbio all'ambito terroristico. Tuttavia Mantica ha ammesso che ci sono molti elementi oscuri e problematici e ha ripetuto, come riporto nell'interrgazione, che la Germania ha espulso l'IHH, senza commenti.
Collegando il tema dell'IHH a quello della Turchia senza tuttavia esserne richiesto, Mantica ha detto che qui sono sopravvenuti altri nuovi problemi, che la Turchia si è assunta un ruolo nuovo in Medio Oriente, che è grave la sua rottura con Israele ed evidente il suo nuovo atteggiamento islamista, che l'Europa ha le sue colpe a causa della lunga sospensione dell'ammissione in Europa e che l'Italia farà di tutto per restaurare un rapporto che riporti la Turchia all'antico ruolo di interlocutore dell'Europa, moderato e mediatore con l'Islam.
Ce la possiamo fare? Io ho sostenuto che la Turchia dà segni di profondo distacco dall'antico binario e ho anche sottolineato come l'uso che fa della denigrazione e dell'azione anti-israeliana sia funzionale alla sua nuova relazione con l'Iran e alla ricerca di un ruolo in Medio Oriente. Sull'IHH, ho ripetuto che se non ci spicciamo a fermarla, ce la ritroverema su un'altra flottiglia con i medesimi intenti violenti e che la prossima potrebbe partire dall'Italia.
Insomma, la questione è stata ben ascoltata, presa in coniderazione e certo siamo uno dei pochi parlamenti in cui questo è accaduto.

Il Giornale, 29 luglio 2010

Nonostante le sanzioni più volte votate dal Consiglio di sicurezza, l’Iran è sempre più attivo nelle principali organizzazioni delle Nazioni Unite. I casi limite della Commissione per lo status delle donne e del consiglio sulle armi chimiche.

Dell’Onu, dei suoi paradossi, abbiamo già più volte tentato di ridere per non piangere, e tuttavia non si può fare a meno di soffrire: nata per preservare il mondo da dittature, persecuzioni, guerre, è divenuta spesso la più ipocrita e aggressiva cassa di risonanza antioccidentale e antidemocratica. Causa ne sono le maggioranze automatiche cosiddette “non allineate” e islamiste. Adesso a misurare in maniera intelligente e particolare il danno ci aiuta la giornalista Claudia Rossett su Forbes, e lo diciamo per non derubarla del difficile computo da lei operato sulla presenza dell’Iran dentro le istituzioni dell’Onu. [...]

Il Giornale, 28 luglio 2010

Forse le sole notizie contenute nei 92mila documenti di Julian Assange, il capo di Wikileaks, sono che i talebani hanno missili antiaerei attratti dal calore e anche i particolari di come l’Iran sostiene i talebani e Al Qaida, anche se in generale si sapeva anche questo. Per il resto, quello che si impara è che la guerra è un inferno, grazie tante, e che in Afghanistan tutto è molto difficile. Il buon giornalismo rivela novità, rompe stereotipi, aiuta la verità. L’operazione Wikileaks contro la guerra in Afghanistan non fa niente del genere, al contrario, con questi 92mila documenti classificati (forse si classifica troppa roba) si nutre l’insistenza di chi vuole che gli Stati Uniti e i suoi alleati tornino a casa piuttosto che combattere la guerra mondiale contro il terrorismo. Il capo di Wikileaks l’ha detto chiaro e tondo: è un modo di dire che la guerra in Afghanistan è uno schifo. Insomma è un’operazione prima ideologica che giornalistica. [...]

Il Giornale, 23 luglio 2010

Pronto il sofisticato sistema di difesa Iron Dome per difendersi dagli attacchi da Gaza e dal Libano

L’arte della guerra è un’avventura psicologica molto più che tecnica; chi riesce a intraprendere le rivoluzioni necessarie, vince. E in genere, soltanto le democrazie riescono a mettersi in discussione fino a scavalcare tradizioni d’arma e gerarchie militari che impongono vecchi sistemi perdenti. Adesso, siamo di fronte a una rivoluzione strategica di valore globale. Tre giorni or sono su Israele è stata virtualmente eretta una «cupola di acciaio», Iron Dome, un sistema di difesa missilistico le cui due prime batterie saranno pronte a novembre. È la risposta ai missili Kassam, Katiusha, Grad, Fajr e simili lanciati, con un raggio fino a 70 chilometri, da Gaza e da Hezbollah in Libano, ovvero i razzi a breve gittata che tengono i civili di Israele ostaggio ogni giorno dell’anno. È la risposta al nuovo pericolo strategico immediato che si affianca, nel programma dell’Idf, l’esercito israeliano, al Magic Wand contro i missili a medio raggio, e l’Arrow, contro i missili a lungo raggio. [...]

Dichiarazione dell’On. Fiamma Nirenstein (Pdl), Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera:

“L'organizzazione turca IHH (Insani Yardim Vakfi), che ha organizzato la spedizione tutt'altro che pacifica della Mavi Marmara lo scorso maggio, ha tutte le caratteristiche storiche e operative per essere inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche europee ed è per questo che ho presentato oggi una interrogazione in tal senso al Ministero degli Esteri, assieme ai colleghi Martino, Pianetta, Picchi, Malgieri e Polledri”. Lo dichiara in una nota l'On. Fiamma Nirenstein (Pdl), Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera.

“La nostra iniziativa segue di pochi giorni due eventi importanti nella stessa direzione: la decisione della Germania, annunciata dal proprio Ministro dell'Interno Thomas de Maizier, di bandire l’IHH, presente sul proprio territorio con una sede a Francoforte, in quanto l'organizzazione ‘lotta contro il diritto all'esistenza di Israele’ e ‘consciamente e deliberatamente supporta organizzazioni sotto il controllo di Hamas, o Hamas direttamente’. Il secondo fatto di grande rilievo è l’appello rivolto al Presidente Obama da un gruppo bipartisan di 87 senatori americani, con la richiesta di inserire l'IHH nella lista USA delle organizzazioni terroristiche”.

“La definizione dell'Unione Europea di ‘terrorismo’ - sottolinea Nirenstein - si riferisce a tutti gli individui, gruppi o entità che hanno commesso, tentano di commettere, o agevolano l'attuazione di atti terroristici. Con ‘atti terroristici’ si intende anche ‘la partecipazione alle attività di un gruppo terroristico, anche sotto forma di finanziamento o di fornitura di mezzi logistici’.
“Stando a quanto emerso in particolare a seguito dei tragici eventi del 31 maggio, come ormai è possibile leggere in numerosi rapporti, l'IHH mantiene stretti legami con Hamas, organizzazione inclusa nella black list europea dal 2003, e fa parte della ‘Union of Good’, una organizzazione ombrello islamica affiliata ai Fratelli Mussulmani, che nel 2008 è stata a sua volta inserita dagli Stati Uniti nella propria black list”.

“L’IHH è stata oggetto di diverse inchieste: negli anni '90 - continua Nirenstein - il governo turco allora in carica indagò l'IHH per i suoi legami con Al Qaeda e per supporto della lotta armata in Afghanistan, Cecenia e Balcani. Nel 1997, una perquisizione delle sedi della presunta Ong turca portò alla scoperta di armi, esplosivi e documenti che ne provavano il legame con gruppi terroristici. Negli Stati Uniti e in Francia l’IHH è stata anche oggetto di indagini per coinvolgimento nel fallito attentato all’aeroporto di Los Angeles il 31 dicembre 1999”.

“Inoltre, il carattere islamista estremo dell'organizzazione IHH è documentato da numerosi interventi inneggianti al martirio e alla distruzione di Israele; per esempio, già nel febbraio 2009, durante una manifestazione a Gaza, il capo dell'IHH, Bülent Yildirim, aveva auspicato il ‘martirio nel nome di Allah’ contro l'embargo della Striscia; diversi militanti imabarcatisi sulla Mavi Marmara, prima di partire avevano dichiarato ai giornalisti che il loro scopo era il ‘martirio religioso’. Tutto quanto emerso da interviste, numerosi filmati e persino per ammissione di parenti o dai diari di alcune delle 9 vittime, conferma le intenzioni estreme e violente dell’operazione di IHH sulla flottiglia”.

“Per queste ragioni – conclude Nirenstein – ci siamo rivolti al Ministro degli Esteri per sapere quale sia la posizione del Governo italiano rispetto alla possibilità di includere l'organizzazione IHH nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’Unione Europea”.

Segue il testo dell’interrogazione.

Leggi anche l'articolo sul Jerusalem Post: http://www.jpost.com/International/Article.aspx?id=182846 [...]

IHH should be put in the EU terror list

Parliamentary question to the Minister of Foreign Affairs

Whereas:

The NGO called IHH ("Insani Yardim Vafki": Foundation for Human Rights and Freedoms and Humanitarian Relief), according to findings from several sources especially following the tragic events that occurred off the coast of Gaza on 31 May, maintains close ties with Hamas, which is included in the EU’s list of terrorist organizations since 2003;

IHH is one of the prominent members of the "Union of the Good," an Islamic umbrella organization based in Saudi Arabia and affiliated with the Muslim Brotherhood, that on 2008 has been placed on the United State’s black list (under Executive Order 13224);

L'Occidentale, 19 luglio 2010

Intervista a Fiamma Nirenstein di Alma Pantaleo

Fin dalla sua nascita, Israele è stata sotto tiro, nel mirino dei suoi nemici e sotto la lente d'ingrandimento della comunità internazionale. La “Friends of Israel Initiative” si pone invece come obiettivo di mostrare che lo Stato ebraico è un Paese normale, una democrazia occidentale. Ne parliamo con Fiamma Nirenstein, vice-presidente della Commissione Affari Esteri della Camera, e fra i promotori della iniziativa.

Onorevole, cos'è l’iniziativa “Friends of Israel”?

L'iniziativa nasce per merito di Aznar che ha riunito un piccolo gruppo di amici che pensano tutti quanti una cosa molto precisa: è l’ora di finirla con le bugie su Israele e sulla sua delegittimazione ed è il caso che il mondo intero si renda conto che Israele è un Paese come gli altri.

Avete già fatto qualche passo insieme?

L’editoriale uscito qualche giorno fa sul Wall Street Journal è stato il nostro primo gesto comune e spiega che Israele è un Paese democratico, occidentale, che ha tutto il dovuto rispetto per le minoranze, per la legge, per il libero mercato e soprattutto che viene fuori da una cultura che ha consentito lo sviluppo della democrazia. Una democrazia con un retroterra ricco di valori che appartengono alla tradizione giudaico-cristiana. E' giunto il momento di smetterla con la sua criminalizzazione e la sua delegittimazione. [...]

Mediorientale
sabato 17 luglio 2010 -  commenti

RIASCOLTA LA CONVERSAZIONE SETTIMANALE CON IL DIRETTORE DI RADIO RADICALE MASSIMO BORDIN:



Sintesi degli argomenti di questa settimana:

La ricomparsa improvvisa dello scienziato iraniano Shahram Amiri: spia iraniana o collaboratore con gli Usa? Più probabile la prima versione, ovvero un doppio gioco a favore dell'Iran.
Sempre sul fronte iraniano: nuove sanzioni bilaterali da parte degli Usa, in aggiunta a quelle decise con il Consiglio di Sicurezza del giugno scorso.
La nuova posizione russa con le dichiarazioni di Medvedev circa l'avvicinarsi dell'Iran al potenziale per la realizzazione della bomba atomica.

Sul fronte turco: risentimento della Turchia verso gli Usa, in particolare dopo la vicenda della Mavi Marmara.
Il ruolo dell'organizzazione turca IHH nella fase aggressiva avvenuta sulla nave.
Il coinvolgimento della IHH in varie azioni terroristiche internazionali e i rapporti tra l'organizzazione e il partito di Erdogan.
La richiesta di 87 senatori americani, bipartisan, a Obama di indagare su IHH e valutare la possibilità di inserirla nella black list delle organizzazioni terroristiche.
La messa al bando in Germania della filiale dell'IHH con sede a Francoforte, per via del sostegno diretto a Hamas.
La nuova flottiglia prevista per settembre, con una ventina di navi e circa 5000 partecipanti.
L'esito positivo della nave libica diretta a Gaza, organizzata dal figlio di Gheddafi, grazie a un intervento diplomatico multilaterale.

Le commissioni di inchiesta in Israele sulla vicenda della flottiglia del 31 maggio: si cominciano ad avere i risultati di una delle due commissioni, quella interna militare, condotta dal generale Ghiora Eiland. Il rapporto appena consegnato è piuttosto severo. Evidenziati "errori operativi", contrapposti a "fallimenti operativi". E' mancato un "piano B", nonché una buona conoscenza di cosa ci fosse sulla nave. Nel momento in cui i soldati si sono avvicinati e hanno visto la presenza di violenti, era necessario mettere in atto un piano B, allontanarsi, evitando il corpo a corpo sanguinoso. Ma era possibile fermare la nave senza abbordarla? La risposta di Eiland è no, era comunque necessario abbordarla, ma non in quella maniera.
L'esame balistico delle pallottole ritrovate nel corpo di alcuni soldati, fa riferimento ad altre armi, non quelle in dotazione dei soldati stessi.

Sul fronte libanese: il governo libanese ha mandato nel sud del Libano un contingente dell'esercito, per cercare di evitare nuovi attacchi di Hezbollah verso le forze Unifil. Ciò significa che la minaccia di una nuova guerra è presa molto sul serio anche dalle autorità libanesi.
L'esercito israeliano ha rivelato nei giorni scorsi delle informazioni classificate sull'armamento di Hezbollah nel sud del Libano in particolare all'interno di 160 villaggi sotto al Litani. I villaggi, infatti, a differenza delle riserve naturali, non possono essere ispezionati dalle forze Unifil secono il mandato della forza Onu.

Il Giornale, 15 luglio 2010

Al nord: appena accadde, quattro anni fa, noi giornalisti partimmo uno a uno verso il confine settentrionale. Viaggiavamo lenti oltre la valle del Giordano lungo una strada su cui già rollavano in file insuperabili i carri armati e mezzi corazzati di vario genere. Oltre Kiriat Shmone. Nella cittadina di Metulla, dove i carri armati occupavano la parte suburbana che bordeggiava con il Libano, verdeggiante, morbido, ma irto di postazioni di Hezbollah, chi fece in tempo prenotò una stanza nell’albergo locale. Io trovai posto poco lontano in un bed and breakfast senza rifugio, ma con una buona colazione. Era iniziata una guerra che non è mai finita se non nel suo aspetto più evidente, quello dei razzi che piovevano su Israele e che ci scoppiavano fra i piedi, facendo crateri nelle strade di comunicazione, distruggendo case e scuole fino ad Acco e a Haifa, incendiando i boschi di conifere orgoglio di Israele. Un ranger che mi guidò in jeep fra gli alberi in fiamme, bloccò l’auto mentre piovevano i missili per tirare fuori dalla cenere un piccolo camaleonte. A un paio di centinaia di metri da noi, una schiera di soldati delle riserve fu annientata da un solo razzo. [...]

Il Giornale, 13 luglio 2010

Medvedev scarica l’ex alleato, reo di aver protestato per il sostegno di Mosca alle sanzioni decise dall’Onu

Adesso, secondo il perverso principio che se lo dice chi fino ad ora aveva mentito o si sbagliava, allora è vero, non ci sarà più nessuno che potrà tirarsi indietro di fronte alla luce rossa sfolgorante che lampeggia dall’Iran. Perché adesso l’ha detto anche Medvedev, il presidente russo, e certo non senza il permesso di Putin: l’Iran sta per arrivare alla conclusione della sua corsa verso la bomba atomica. È, dice, «vicino al possesso del potenziale che in linea di principio potrebbe essere usato per la creazione dell’arma atomica». Linguaggio un po’ più diplomatico, ma chiarissimo. E la Russia, insieme alla Cina, prima che i pasdaran turco e brasiliano si ergessero al Consiglio di sicurezza contro le sanzioni, era stata sempre il principale nemico delle sanzioni stesse e il migliore amico dell’Iran, quello che metteva il bastone fra le ruote degli Usa per non arrivare mai a una chiara definizione del problema. [...]

Iran is ready for nuclear power: now even Russia says so.

Now, according to the perverse principle that says that if one who until now has lied or was mistaken, then it is true, nobody will pull out in front of the blazing red light that flashes from Iran. Because now Medvedev, the Russian president, has also said it, and certainly not without Putin's permission: Iran is arriving at the conclusion of its race towards the atomic bomb. It is, he says, “moving closer to possessing the capability that could in principle be used to build nuclear weapons”. This rhetoric is a bit more diplomatic, but clear. And Russia, together with China, who - before the Turkish and Brazilian Pasdaran rose against the sanctions at the Security Council - had always been the main enemy of those sanctions and Iran's best friend, as well as the one who put the spoke in the wheel of the United States in order to never arrive at a clear definition of the problem. [...]

Sono addolorata dalla scelta di Massimo Bordin di lasciare il ruolo di Direttore di Radio Radicale. Un ruolo che ha sempre svolto con grande equilibrio, estrema professionalità, garantendo un'informazione di totale apertura verso ogni posizione, rispettando appieno lo stile e la storia di Radio Radicale e il motto einaudiano della radio "conoscere per deliberare". Durante la nostra conversazione settimanale sulle vicende mediorientali abbiamo più volte discusso, ma il dibattito che ne nasceva, è da considerarsi di certo un arricchimento per gli ascoltatori. Così come è stato durante le mitiche conversazioni domenicali con Pannella.
Spero di cuore che la collaborazione di Bordin con la Radio possa trovare un compromesso e di continuare ad avere il piacere di fare colazione con la sua lettura dei giornali.

Israele: un paese normale
venerdì 9 luglio 2010 -  commenti

Cari amici,
quello che segue è un articolo pubblicato ieri sul Wall Street Journal, che presenta la dichiarazione di intenti di un gruppo da poco costituitosi, "The Friends of Israel Initiative", nato su iniziativa dell'ex premier spagnolo Josè Maria Aznar e di cui sono tra i fondatori, insieme a David Trimble, John Bolton, Alejandro Toledo, Marcello Pera, Andrew Roberts, George Weigel, Robert F. Agostinelli e Carlos Bustelo.
La dichiarazione è molto bella, semplice ed efficace. La potete leggere per intero e sottoscriverla a questo link: http://www.friendsofisraelinitiative.org/
Attendo i vostri commenti.
Fiamma



Israele: un paese normale

The Wall Street Journal, 8 luglio 2010

Traduzione di Alma Pantaleo per L'Occidentale

Israele è una democrazia occidentale e un Paese normale. Ciononostante, sin dalla sua nascita Israele ha fronteggiato condizioni anormali. Infatti è l’unica democrazia occidentale la cui esistenza sia stata messa in discussione con la forza, e la cui legittimità venga tutt’ora messa in dubbio indipendentemente dalle sue azioni. La recente crisi legata alla questione della “Flottilla” nel Mediterraneo ha fornito ancora un’altra occasione per i detrattori di Israele di rinnovare la loro frenetica campagna. La situazione era la stessa anche prima che venissero alla luce i fatti del tragico incidente. Si è stati ciechi di fronte alle ragioni per le quali Israele ha dovuto rispondere alla chiara provocazione della Flottilla di Gaza.

 « Prima  «  <  54  55  56  57  58  59  60  >  »  Ultima »