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Il Giornale, 16 gennaio 2010

Tutta la polemica sulla visita del Papa in Sinagoga attiene al tema del dolore, della tragedia, della rabbia, della delusione e della sete di giustizia, ed è per questo una polemica ragguardevole. Ma non ha niente a che fare con la questione dei rapporti fra ebrei e cristiani: essi abitano altrove. È evidente che la visita di Benedetto XVI non può che essere utile a un’amicizia che ha molte ragioni per reggere, e molte ragioni, invece, per dubitare, dopo tante ferite, di farcela. La questione centrale del sospetto che Rav Laras, persona savia, integra ed ebraica come piace a me, esprime sulla bontà della visita è certamente quella della beatificazione, o santificazione, di Pio XII propugnata dal Papa. Un Papa che esalta le attitudini “eroiche” in Pio XII alla sua beatificazione rivendicherà l’imprimatur della visita in Sinagoga.
Ma gli ebrei non possono, non devono, non vogliono legittimare o delegittimare nessun santo. Noi non abbiamo santi, non nel senso cattolico; non crediamo ai santi, non fanno parte del nostro universo religioso. La Chiesa ha ogni e qualsiasi diritto sulla scelta dei suoi santi; però, noi abbiamo diritto al giudizio storico, discutibile come tutti i giudizi, su qualsiasi personaggio, anche se beato o santo. Nessuno si offenda, qui non ci sono vignettisti blasfemi, solo una civile discussione, dunque. [...]

Il Giornale, 14 gennaio 2010

Era logico che prima o poi Israele si risentisse, come una fidanzata tradita, dell’atteggiamento ostile della Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Ma l’ha fatto senza calcolare bene le sue reazioni: sempre per restare al paragone con l’umana fragilità, il tradimento dopo tanti anni di fragile e preziosa vicinanza con un Paese musulmano in mezzo all’ostilità dei vicini islamici, ha causato a Israele una crisi di nervi che accelera per i due Paesi mediorientali una pericolosa rottura già nell’aria. Il presidente Gül, a sentire la televisione turca, ha minacciato di rompere le relazioni se le scuse formali non fossero pervenute entro la serata di ieri. La storia di questi giorni parla di oggetti e simboli, poltrone e bandiere, microfoni e strette di mano: il vice primo ministro degli Esteri Danny Ayalon, dato che la Tv turca ha messo in onda un serial in cui i soldati israeliani ammazzano per divertimento sadico qualche bambino, ha invitato lunedì alla Knesset l’ambasciatore Oguz Celikkol per protestare, ma si è mosso all’orientale. [...]

Il Giornale, 13 gennaio 2010

Il polverone sollevato in queste ore in Iran sull’assassinio dello scienziato nucleare Massoud Ali Mohammadi è fatto di informazioni e disinformazioni che si elidono: era un grande sostenitore del regime; no, era un fiero alleato di Mir Hossein Moussavi, anzi aveva firmato una lettera in suo sostegno; era stato visto per strada inseguire gli studenti che partecipavano alle manifestazioni; no, era un tipo completamente apolitico. È stato il Mossad, sono stati gli americani; no, è un assassinio interno al regime... E così via.
Tutte queste diverse informazioni diffuse da agenzie di stampa, da vecchi amici dell’ucciso, dal rettore dell’università, dal governo iraniano stesso, hanno tutte quante la stessa origine, e tutte tendono verso un solo punto: il caos. Perché, comunque sia andata la vicenda, resta chiara una cosa sola: Mohammadi non insegnava storia dell’arte, insegnava fisica nucleare. Non sappiamo se questo gli assegnasse un ruolo nei lavori in corso per costruire la potenza nucleare iraniana, ma possiamo pensare che un avvertimento ai dissidenti da parte del governo avrebbe potuto essere dato semmai colpendo qualche personaggio in vista nella rivoluzione in atto contro il regime di Ahmadinejad e degli Ayatollah. [...]

Il Giornale, 9 gennaio 2010

Da troppi anni si aspetta invano che «preoccupazione, tristezza, angoscia» espresse ieri dal Papa dopo la strage di copti a Nagaa Hammadi, in Egitto, si trasformino in una decisa levata di scudi, in una posizione politica definitiva e scandalizzata in difesa dei cristiani nel mondo musulmano, anche a costo di qualche rottura. Eppure, è senz’altro chiaro a un teologo dell’importanza di Benedetto XVI, che l’islam non porrà fine al disastro in omaggio ai sentimenti, persino se espressi in così alta sede.
L’odio islamista contro i cristiani è un odio teologico e oggi di profondo significato strategico, un odio che ambisce alla sostituzione, che ha lontane origini: basta pensare a come nel 1009 il sesto califfo fatimide Al Hakim Bi Amr Allah ordinò la completa distruzione del Santo Sepolcro, poi ricostruito nel 1048, o come, a Gerusalemme cent’anni, dopo la conquista crociata i musulmani, tornati all’attacco, rimossero i siti cristiani dal Monte del Tempio, proprio come i crociati avevano rimosso i loro. [...]

Ma Barack fa il duro soltanto a parole
mercoledì 6 gennaio 2010 -  commenti

Il Giornale, 6 gennaio 2010

Forse Obama comincia a realizzare che la sua speranza di ingraziarsi l’islam con un atteggiamento rispettoso fino alla sottomissione, che la sua rivoluzione culturale circa il ruolo degli Usa nel mondo, non placano il terrorismo islamico e non mitigano la sua ambizione di dominare il mondo.

Quand’è che sapremo dalle labbra del presidente degli Stati Uniti che il nemico che è deciso a combattere è la jihad, la guerra santa che in maniera multiforme, sottile ma organizzata e massiccia, schiera i suoi uomini sulla linea del fuoco degli attentati di New York, di Londra, di Madrid, di Bali, di Buenos Aires, di Mombasa, di Gerusalemme... lungo la frontiera più vasta e pervasiva della storia di ogni altra guerra? Non è un problema linguistico, ma di grande sostanza: senza identificare il nemico, non lo si può battere.
Il presidente Obama dopo l’attacco fallito al volo 253 di Natale, sembra scosso; ha risposto duramente alla sua ministra degli interni Janet Napolitano che non è vero affatto che «il sistema ha funzionato». Poi, ha ordinato di riorganizzare il sistema di sicurezza degli aeroporti; tanto si è reso conto di quanto fosse importante, unito ad altri, il segnale proveniente dal giovane terrorista nigeriano addestrato in Yemen, da chiudervi l’ambasciata. [...]

Mediorientale
mercoledì 6 gennaio 2010 -  commenti




Sintesi degli argomenti della puntata di questa settimana:

Il video clip rap ("Never too late") del Principe saudita Faisal Bin Mansour bin Thunayan Al Saud, che ha suscitato grande scandalo in Arabia Saudita.
Il precedente: una principessa saudita che, a seguito dello scandalo causato da sue fotografie senza velo (non senza veli...), si era suiscidata.

La censura in Iran: il regime ha diffuso una lista infinita di fondazioni, organizzazioni, mezzi di comunicazione con i quali la cooperazione per i cittadini iraniani è proibita, costituendo reato.

Sul fronte egiziano: Omar Suleiman, il capo dell'intelligence egiziano, nonché il mediatore principale tra ANP e Israele, riferirà a breve agli Stati Uniti circa due colloqui separati avvenuti al Cairo, il primo con Netanyahu e il secondo con Abu Mazen. Al termine del suo colloquio, Abu Mazen, si è dichiarato non contrario in liena di principio alla riapertura di un dialogo con Israele, ribadendo le sue due condizioni: 1) l'acquisizione immediata da parte di Israele dell'idea di lasciare fino ai confini del '67; 2) il congelamento completo degli insediamenti.

La rezione di Israele è cauta: non vuole partire dal dato territoriale (confini), ma dalla questione dei profughi e dal nodo di Gerusalemme.

La famosa compagnia di armi Lockheed Martin sta per vendere all'Egitto 24 Jet F16, nel corso di un affare del valore complessivo di 3 miliardi e 200 milioni di dollari. Israele si preoccupa. Per capirne il perché a guardato il panorama generale.
Il Congresso USA ha approvato nelle ultime settimane un costosissimo provvedimento sugli aiuti a vari paesi, tra cui Israelea cui vengono garantiti 2 miliardi e 200 milioni di dollari. Ma circa il 75% di questi aiuti viene speso negli Stati Uniti stessi, in armi. Idem per l'Arabia Saudita, la Giordania, l'Egitto. Il Cairo ha richiesto 145 milioni di dollari in missili anti nave; 1 miliardo e 290 milioni di dollari per 4 missili ad alta velocità per la marina e 450 missili aria-terra "Hellfire". Insomma, acquisti ingenti per un paese che non subisce nessuna minaccia diretta ed esplicita. Interesse anche con la Russia per l'acquisto di missili S-400. Considerato che dal 1975 l'America ha investito quasi 15 miliardi di dollari in una serie di progetti volti a migliorare le condizioni del popolo egiziano (83 milioni di persone, di cui praticamente la metà al di sotto dei 25 anni e moltissimi sopravvivono con 2 dollari al giorno), c'è da chiedersi come mai tutti questi investimenti in armamenti, cosa di buono potranno portare alla popolazione egiziana?

Sul fronte iraniano: non è solo Israele l'obiettivo dell'Iran.
A seguito della rivoluzione in Iran, dal giugno scorso, Israele ha via via ammorbidito la sua posizione sull'Iran, rendendosi più disponibile alla via delle sanzioni, non alludendo più a un attacco militare, anche attraverso esercitazioni militari particolari. C'è una attesa e una volontà di verificare se sanzioni dure, insieme alla rivolta intersa, potranno portare al collasso del regime.

Sul fronte interno palestinese: Hamas ha più volte denunciato le torture subite dai suoi oltre 4000 militanti arrestati da Fatah. Queste notizie hanno piuttosto irritato Obama, che si è rivolto al premier palestinese Salam Fayyad richiedendo di porre fine a questi abusi nei confronti dei prigionieri. Ma Hamas ha smentito le dichiarazioni di Fayyad. La stessa sorte subiscono palestinesi sospettati di essere simpatizzanti di Hamas.

L'attentato in Afghanistan in cui sono morti 7 uomini della CIA e il coinvolgimento di un paese moderato come la Giordania, divisa tra i suoi simpatizzanti jihadisti (uno degli attentatori) e la volontà di combattere l'estremismo islamico.

Il Giornale, 31 dicembre 2009

In un altro mondo, quello in cui il terrorismo è vita quotidiana, come accade in Israele, l’eventuale bomba si chiama semplicemente «hefez hashud», oggetto sospetto. Quando lo si scopre sotto l’apparenza di un pacco, di una valigia, di qualsiasi cosa, si avverte la polizia che viene con un piccolo robot a farla saltare. È un’unità molto occupata. Un «hefez hashud» non fa urlare di paura, non induce a fughe inconsulte, non spinge a investigare con occhi ansiosi dove sia il rifugio più vicino, mentre ti chiedi semmai come passare sopra la testa dell’anziana signora in piedi dietro di te. Dove il terrorismo delle bombe è uno slalom quotidiano, capita di fare tardi a un appuntamento. Sì, mi scusi tanto, c’era un «hefez hashud» sull’autostrada Tel Aviv-Gerusalemme. Sei fermo da un’oretta di fronte all’entrata di un ufficio, o di una scuola, di un grande magazzino dove hai lasciato un pacco e non puoi entrare finché non arriva il robot e danno il via libera? Pazienza, a volte capita, in una giornata puoi incontrarlo anche due volte. La radio annuncia con voce piatta durante le notizie sul traffico: «Rallentamenti sulla strada numero 6 per la presenza di un hefez hashud vicino a Bacha el Garbiya». Non lo dice mai durante le notizie. Ok, si sa, speriamo non ci siano altri contrattempi, altrimenti faccio tardi.

Il Giornale, 29 dicembre 2009

Non è come da noi, dove un paio di turisti sbattuti in ginocchio davanti all’integralismo islamico e alla minaccia sanguinaria di Al Qaida sono per l’opinione pubblica italiana un fatto collaterale al panettone; dove ci si seguita a interrogare da un paio di mesi se Mohammed Game, l’attentatore della caserma Perrucchetti armato di esplosivo e dell’ideologia islamista corroborata in Viale Jenner vada preso alla fine sul serio oppure no. Qui è diverso. Senza il bagno di sangue dell’11 settembre 2001 tutta quanta la mente americana sarebbe diversa.
Dopo il tentativo di tirare giù dal cielo di Natale sopra Detroit il 353 della Northwest è meglio non farsi ingannare dal candore della neve, nel freddo punteggiato di festoni colorati, di canti natalizi, di sorrisi generosamente distribuiti col Merry Christmas e il Happy New Year, di colorati, pervasivi regali. Obama è alle Hawaii, ma i segnali che non pensi ad altro che a Umar Farouk Abdulmutallab sono abbondanti: Obama tenne gran parte della sua campagna sulla promessa di restaurare il rispetto per i diritti individuali lasciandosi dietro le spalle l’era che Bush stesso aveva chiamato della «guerra contro il terrorismo»; insistette parecchio sulla scelta di conciliare sicurezza e libertà. Ben tre dei suoi discorsi hanno avuto per tema la sicurezza nazionale. [...]

Dichiarazione dell’On. Fiamma Nirenstein (Pdl), Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera

“In questi momenti, con incredibile sprezzo del pericolo, i giovani e i dissidenti iraniani tutti stanno dimostrando il loro desiderio di libertà di fronte alla spietatezza della repressione messa in atto dalle Guardie della Rivoluzione Islamica. La preoccupazione che deriva dalla mancanza di informazioni, a causa della censura governativa, su quanto sta avvenendo nelle piazze iraniane, aumenta di fronte al fatto che  fonti iraniane ci dicono che il numero reale delle vittime, dei feriti e degli arrestati tra i manifestanti è ben superiore rispetto alle cifre ufficiali rilasciate dal regime iraniano.
Inoltre è ormai alle porte il 31 dicembre, la data stabilita dal Presidente Obama come nuova scadenza per la valutazione di una più dura politica di sanzioni da parte del gruppo 5+1.
In queste ore è quindi quanto più necessario che gli Stati Uniti e l’Unione Europea intraprendano subito una seria e determinata politica che costringa il governo di Ahmadinejad a piegarsi alla volontà del popolo iraniano, che da mesi chiede un cambiamento radicale.
Auspichiamo che un forte segnale da parte della comunità internazionale possa spostare l’asse della politica estera iraniana, oggi diretto in maniera sempre più preoccupante verso la corsa agli armamenti atomici e al sostegno del terrorismo internazionale”.

Nella lunga notte di Israele si decide il destino di Shalit

Il Giornale, 22 dicembre 2009

Gerusalemme - Se questo non è un Paese perseguitato da una forma di odio e di terrorismo senza precedenti, allora nessuno lo è mai stato. Eppure nessuna organizzazione per i diritti umani, nessun governo si è affacciato per dire ai governanti di Israele che il dilemma che devono risolvere in queste ore è terribile, o a sostenerli nel più nobile e anche folle fra tutti gli antagonismi storici e filosofici, quello fra la vita e la morte, fra il bene e il male. Ieri un popolo intero intorno all’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyhau, circondato da sagome a grandezza naturale di Gilad Shalit, ostaggio di Hamas da più di tre anni, ha ingoiato le lacrime, diviso fra opinioni diverse. Il gabinetto del premier, formato da sei membri più Netanyahu, si è riunito per due giorni consecutivi e ieri ha rinnovato gli incontri ancora e ancora fino a tardi per la discussione definitiva su uno scambio che sembra metafisico e assurdo. Hamas vuole un numero esorbitante di assassini e di terroristi, intorno a mille, in cambio del ragazzo rapito lungo il confine di Gaza mentre era di ronda. I palestinesi di Hamas minacciano dicendo che la trattativa è finita e che i genitori di Gilad non lo vedranno mai più se Israele non accetterà di liberare una quantità di assassini che, come le statistiche degli scambi precedenti garantiscono, torneranno a uccidere nelle strade, sugli autobus, nei ristoranti di Israele. [...]

Alla Knesset un riconoscimento per l'impegno del Parlamento italiano nella lotta contro l'antisemitismoOggi la Knesset, il parlamento israeliano, ha conferito a Fiamma Nirenstein, Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati, un'onorificenza per il suo impegno nella lotta contro l’antisemitismo. La consegna è avvenuta nel corso di una toccante cerimonia presieduta dal Presidente della Knesset Reuven Rivlin, dal Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman e dal Ministro per le questioni della Diaspora Yuli Edelstein, nell’ambito del Global Forum for combating antisemitism, la conferenza internazionale sulla lotta all’antisemitismo apertasi oggi a Gerusalemme, alla presenza di accademici e autorità politiche da tutto il mondo.

Il riconoscimento è stato conferito ai componenti del Direttivo della Coalizione Interparlamentare contro l'Antisemitismo (ICCA), fondata a Londra lo scorso febbraio, ovvero, oltre alla Nirenstein, l’On. Gert Weiskerchen, membro del Bundestag, l’On. Irwin Cotler, parlamentare canadese e l’On. John Mann, parlamentare inglese.
Questo riconoscimento, conferito a Nirenstein come "testimonianza e tributo per il suo straordinario servizio nella lotta contro l'antisemitismo", premia un costante impegno da parte della giornalista e vicepresidente della Commissione Esteri anche all’interno delle istituzioni italiane, che in questi giorni ha portato alla realizzazione di due importanti risultati alla Camera dei Deputati: è stata varata un’indagine conoscitiva sull’antisemitismo che verrà condotta congiuntamente dalle Commissioni Affari Esteri e Affari Costituzionali, a partire da gennaio; si è poi tenuta la prima riunione del Gruppo di Collaborazione tra la Camera dei Deputati e la Knesset israeliana, stabilito dal Protocollo di Collaborazione tra le due assemblee legislative, firmato a Roma dai Presidenti Fini e Rivlin il 6 ottobre scorso.

Come ricordato da Nirenstein durante il suo discorso di ringraziamento, queste iniziative rappresentano il culmine istituzionale di tante altre iniziative di un Parlamento che nel corso di questa legislatura non ha mai fatto mancare a Israele la propria solidarietà: il Parlamento italiano è stato il primo a votare una mozione che impegnava il governo al ritiro dalla conferenza di Durban 2; ha svolto una manifestazione in piazza Montecitorio, cui è intervenuto anche il Presidente Fini, in solidarietà a Israele nella guerra contro Hamas; ha fondato la sezione italiana della Coalizione Interparlamentare contro l’Antisemitismo

Sono anche degne di nota la quantità e la qualità delle iniziative promosse dall’Associazione parlamentare di amicizia Italia Israele, che riunisce oltre 200 tra deputati e senatori. Il 21 gennaio prossimo, a un anno dalla guerra tra Israele e Hamas, l’Associazione terrà un convegno sul rapporto Goldstone; il 28 gennaio un seminario sulla cultura dell’odio nei mezzi d’informazione palestinese; inoltre dal 4 al 9 febbraio, l’Associazione organizza per il secondo anno consecutivo il viaggio in Israele per i parlamentari.

Questo riconoscimento è quindi il coronamento di un lungo e particolare impegno di tutto il Parlamento italiano nella lotta per debellare il germe dell’antisemitismo che ancora oggi è più vivo che mai.

Il Giornale, 14 dicembre 2009

Gerusalemme - Mentre i movimenti giovanili pacifisti pensano che il maggiore di tutti gli impegni sia quello di salvare la terra dai suoi guai ambientali, mentre tutti sollevano le sopracciglia perché Barack Obama ha pronunciato la parola «guerra» senza perdere i sensi, chi volesse occuparsi di salvare il mondo dovrebbe guardare al Medio Oriente. Perché qui si prepara un disastro per una vasta parte del mondo. L’Iran ha incrudelito ieri la linea dura in politica interna, mentre il miracolo delle piazze ancora formicolanti di desiderio di libertà si ripete. La proiezione è evidente nella politica egemonica di questo Paese che vuole dominare il mondo in nome dell’islam: l’Iran e la Siria hanno firmato un patto proprio ora che Teheran è investita da nuova pressione internazionale e cerca di ciurlare nel manico negando e accettando, accettando e negando, mentre tutti sanno che il suo scopo è solo quello di costruire la bomba atomica.
Questo patto firmato due giorni or sono dal ministro della Difesa iraniana Ahmad Vahidi e dalla sua controparte siriana Ali Habib Mahmud, è finalizzato ad affrontare «comuni nemici e sfide», ovvero, se non si capisse, Israele, che il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha già destinato allo sterminio più volte. [...]

Caro Sgarbi, c'è l'incubo terrorismo dietro a tutti quei controlliCari amici, questa è la mia risposta a Vittorio Sgarbi, che sul Giornale di oggi scrive "Io trattato da nemico. A Gerusalemme non tornerò mai più":

Il Giornale, 13 dicembre 2009

Quei giovani che controllano i passeggeri negli aeroporti sanno che la morte spesso è arrivata dagli insospettabili


Caro Vittorio,

all’aeroporto, lo so, chi soffre di più è chi come te ascolta leragioni di Israele e cerca sempre di portare un raggio di luce nel buiodel pregiudizio che purtroppo prevale quando si parla dello Statoebraico. Proprio come me, ho sofferto anche io tante volte, squadrata,interrogata, bloccata per ore da ragazzotti a volte sordi e insistenti,a volte persino arroganti e aggressivi. Mi sono detta spesso chedovevano essere ignoranti, addestrati male a riconoscere il delinquenteterrorista, che c’era qualcosa di personale in quel farmi pagare,innocente e anzi amichevole, il rischio che loro e le loro famigliecorrono ogni giorno, le discriminazioni cui sono soggetti a partiredalle gare sportive fino alle Università europee. A volte, sappilo, io,con tutti i miei libri e i miei articoli, sono finita seduta al pianosuperiore, scrutata, fotografata con qualche signora provenientedall’Europa orientale che cercava di entrare per lavorare in settoridisparati. Avevano ragione? Beh, alla fine sì, e tu lo sai. [...]

Dear Sgarbi,  the nightmare of terrorism is behind all those checks

Vittorio Sgarbi is an important Italian art critic, former Member of Parliament and at present mayor of Salemi, a wonderful Sicilian town. He is also a sincere friend of Israel. Recently, invited for a Festival in Jerusalem, on his way back to Italy he was kept at length at Ben Gurion Airport by the security, as often happens. Yesterday he wrote an article on "Il Giornale" titled: "Treated like an enemy. I'll never come back to Jerusalem". I replied to this article with an open letter published on "Il Giornale" on the same day. Here it is:

Il Giornale, December 13, 2009

Dear Vittorio,

I know, the people who suffer the most are those who – like you – listen to the reasons of Israel and always try to bring a ray of light in the darkness of prejudice that prevails when talking about the Jewish state. Just like me. I too suffered many times when I was looked up and down, questioned, blocked for hours by young officials who sometimes were deaf and insistent and sometimes even arrogant and aggressive. I often said to myself that they were uneducated, ill trained to identify terrorists, that they had something against me, an innocent and even friendly individual who had to pay for the risk they and their families run every day, for the discriminations they have to endure, from sports activities to European Universities. You should know that sometimes I ended up sitting on the upper floor with all my books and articles, looked up and down, photographed together with some ladies coming from Eastern Europe who tried to enter the country to work in all sorts of fields. Were they right? Well in the end yes, they were, and you know that. [...]

Il Giornale, 11 dicembre 2009

E così l’ha avuta la Svezia la sua risoluzione votata dai ministri degli Esteri europei che pomposamente prevede la divisione di Gerusalemme in due parti e l’istituzione di uno Stato palestinese per il quale, addirittura «non si riconosce nessun cambiamento rispetto ai confini del ’67» a meno che non sia riconosciuto dalle due parti. Peccato che fra le due parti quella palestinese seguiti a rifiutare di sedersi a un tavolo e parlare. Questo, mentre Netanyahu ha bloccato la costruzione in qualsiasi parte del West Bank di ogni costruzione, spaccando così il suo Paese appunto sull’altare di un ritorno al colloquio: infatti è una decisione assai difficile se si pensa, e nessuno ci pensa mai in Europa, che il West Bank per tutte le guerre contro Israele, da quella del ’48 in avanti è stato il retroterra strategico essenziale. [...]

A Europe with this stance cannot mediate with Israel

Il Giornale, December 11 2009
 
And so Sweden got its resolution passed by the European ForeignMinisters: a bombastic document that - out of the blue – envisagessplitting Jerusalem in two parts and creating a Palestinian State with«no change at all with respect to the 1967 borders” unless the twoparties recognize such change. Now, unfortunately, of the two parties,the Palestinians are those still opposing sitting around a table totalk. Therefore the basic condition does not exists and this, even fora child, would be a fundamental requirement before venturing tovaticinate about one of the thorniest issues in the world. This is happening while Netanyahu has stopped any settlement in anypart of the West Bank, thus splitting its Country on the altar of theresumption of talks: in fact, it is indeed a very difficult decision ifwe think – and nobody in Europe ever thinks about it  - that the WestBank has been the essential strategic background – the bunker, theshelter, the hideout – for all the wars waged by terrorists and armiesagainst Israel since the 1948. [...]

Il Giornale, 3 dicembre 2009

Per parlare della decisione svizzera di bandire i minareti, innanzitutto avvertirò che nei miei anni come corrispondente da Gerusalemme ogni notte, alle 4, ben prima del gallo, dalla valle sotto casa mia ho dovuto subire il canto del muezzin da una vicina moschea, e non lontano da lui, l’eco di molte altre voci simili. Mai, tuttavia, ho pensato che quel muezzin dovesse star zitto. Nel suo villaggio non canta per farsi sentire anche da me, ma per chiamare i suoi alla preghiera. Questa è libertà religiosa, e Gerusalemme la dà a tutti.
Pensare che laggiù cercasse di affermare un messaggio politico oltre che religioso significherebbe andare oltre ciò che è legittimo per una persona democratica, liberale, rispettosa della cultura, della religione altrui. Di fatto l’islamofobia, salvo per alcuni casi patologici, è un’invenzione dell’Onu quando nel 2004 il segretario Kofi Annan la definì ufficialmente causa della frustrazione di molti musulmani, senza dedicare una parola alla jihad che allora impazzava e ad altri immensi problemi. Infatti nella sua maggioranza l’Islam ufficiale, nei suoi luoghi d’origine e all’estero, non ha accettato la dichiarazione universale dei diritti umani, contrapponendovisi con altre come la Dichiarazione del Cairo che afferma «ognuno ha diritto a sostenere ciò che è giusto, e a mettere in guardia contro ciò che è sbagliato e malvagio in conformità con la Sharia islamica». [...]


But religion has nothing to do with it: minarets are political symbols

Il Giornale, December 3, 2009


As to the decision by Switzerland to ban minarets, I would like first of all to say that, in my years as a correspondent from Jerusalem, I had to bear the Muezzin’s call from a nearby mosque every night at 4 a.m., much before the cock crow. And nor far away from him came many other similar voices. However, I never thought that the Muezzin had to be silent. In his village, he does not sing to be heard also from me, but to call his followers to pray. This is religious freedom and Jerusalem gives it to everybody. Thinking that, down there, he was trying to convey a political message in addition to a religious one, would mean to go well beyond what is legitimate for a person who is democratic, liberal and respectful of other people’s culture and religion.
Actually, except for some pathological cases, Islamophobia is an invention of the U.N. Indeed, in 2004, the U.N. Secretary General Kofi Annan officially defined it as the cause of frustration for many Muslims, without mentioning the rampant jihad and other huge problems. In fact, in most countries of origin and abroad, the official Islam has not accepted the universal declaration of human rights. But it has responded with other initiatives such as the Cairo Declaration, which states that “anyone has the right to support what is right and to warn against what is wrong and evil in line with the Islamic Sharia”. [...]

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