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Cari amici,
giovedì scorso ho ricevuto una risposta dal goveno sulla richiesta di adoperarsi perché l'IHH (Insani Yardim Vakfi, ovvero la Ong turca che ha organizzato la spedizione tutt'altro che pacifica della Mavi Marmara lo scorso maggio) sia messa fuori legge. La risposta del sottosegretario Alfredo Mantica in Commissione Estera è stata prudente ma abbastanza positiva e io a mia volta ho risposto di non essere d'accordo con la sua posizione.
In generale comunque la questione è stata posta, è agli atti della Camera ed è stata presa molto sul serio cambiando così completamente i termini della vicenda della flottiglia e anche quelli del suo rapporto con la Turchia, che infatti è stato trattato nel contesto della risposta. Il punto base del governo era che l'origine dell'organizzazione è umanitaria, che essa si ritrova in Bosnia e che è molto difficile rintracciare tutti gli elementi che la consegnano senza ombra di dubbio all'ambito terroristico. Tuttavia Mantica ha ammesso che ci sono molti elementi oscuri e problematici e ha ripetuto, come riporto nell'interrgazione, che la Germania ha espulso l'IHH, senza commenti.
Collegando il tema dell'IHH a quello della Turchia senza tuttavia esserne richiesto, Mantica ha detto che qui sono sopravvenuti altri nuovi problemi, che la Turchia si è assunta un ruolo nuovo in Medio Oriente, che è grave la sua rottura con Israele ed evidente il suo nuovo atteggiamento islamista, che l'Europa ha le sue colpe a causa della lunga sospensione dell'ammissione in Europa e che l'Italia farà di tutto per restaurare un rapporto che riporti la Turchia all'antico ruolo di interlocutore dell'Europa, moderato e mediatore con l'Islam.
Ce la possiamo fare? Io ho sostenuto che la Turchia dà segni di profondo distacco dall'antico binario e ho anche sottolineato come l'uso che fa della denigrazione e dell'azione anti-israeliana sia funzionale alla sua nuova relazione con l'Iran e alla ricerca di un ruolo in Medio Oriente. Sull'IHH, ho ripetuto che se non ci spicciamo a fermarla, ce la ritroverema su un'altra flottiglia con i medesimi intenti violenti e che la prossima potrebbe partire dall'Italia.
Insomma, la questione è stata ben ascoltata, presa in coniderazione e certo siamo uno dei pochi parlamenti in cui questo è accaduto.

Il Giornale, 29 luglio 2010

Nonostante le sanzioni più volte votate dal Consiglio di sicurezza, l’Iran è sempre più attivo nelle principali organizzazioni delle Nazioni Unite. I casi limite della Commissione per lo status delle donne e del consiglio sulle armi chimiche.

Dell’Onu, dei suoi paradossi, abbiamo già più volte tentato di ridere per non piangere, e tuttavia non si può fare a meno di soffrire: nata per preservare il mondo da dittature, persecuzioni, guerre, è divenuta spesso la più ipocrita e aggressiva cassa di risonanza antioccidentale e antidemocratica. Causa ne sono le maggioranze automatiche cosiddette “non allineate” e islamiste. Adesso a misurare in maniera intelligente e particolare il danno ci aiuta la giornalista Claudia Rossett su Forbes, e lo diciamo per non derubarla del difficile computo da lei operato sulla presenza dell’Iran dentro le istituzioni dell’Onu. [...]

Il Giornale, 28 luglio 2010

Forse le sole notizie contenute nei 92mila documenti di Julian Assange, il capo di Wikileaks, sono che i talebani hanno missili antiaerei attratti dal calore e anche i particolari di come l’Iran sostiene i talebani e Al Qaida, anche se in generale si sapeva anche questo. Per il resto, quello che si impara è che la guerra è un inferno, grazie tante, e che in Afghanistan tutto è molto difficile. Il buon giornalismo rivela novità, rompe stereotipi, aiuta la verità. L’operazione Wikileaks contro la guerra in Afghanistan non fa niente del genere, al contrario, con questi 92mila documenti classificati (forse si classifica troppa roba) si nutre l’insistenza di chi vuole che gli Stati Uniti e i suoi alleati tornino a casa piuttosto che combattere la guerra mondiale contro il terrorismo. Il capo di Wikileaks l’ha detto chiaro e tondo: è un modo di dire che la guerra in Afghanistan è uno schifo. Insomma è un’operazione prima ideologica che giornalistica. [...]

Il Giornale, 23 luglio 2010

Pronto il sofisticato sistema di difesa Iron Dome per difendersi dagli attacchi da Gaza e dal Libano

L’arte della guerra è un’avventura psicologica molto più che tecnica; chi riesce a intraprendere le rivoluzioni necessarie, vince. E in genere, soltanto le democrazie riescono a mettersi in discussione fino a scavalcare tradizioni d’arma e gerarchie militari che impongono vecchi sistemi perdenti. Adesso, siamo di fronte a una rivoluzione strategica di valore globale. Tre giorni or sono su Israele è stata virtualmente eretta una «cupola di acciaio», Iron Dome, un sistema di difesa missilistico le cui due prime batterie saranno pronte a novembre. È la risposta ai missili Kassam, Katiusha, Grad, Fajr e simili lanciati, con un raggio fino a 70 chilometri, da Gaza e da Hezbollah in Libano, ovvero i razzi a breve gittata che tengono i civili di Israele ostaggio ogni giorno dell’anno. È la risposta al nuovo pericolo strategico immediato che si affianca, nel programma dell’Idf, l’esercito israeliano, al Magic Wand contro i missili a medio raggio, e l’Arrow, contro i missili a lungo raggio. [...]

Dichiarazione dell’On. Fiamma Nirenstein (Pdl), Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera:

“L'organizzazione turca IHH (Insani Yardim Vakfi), che ha organizzato la spedizione tutt'altro che pacifica della Mavi Marmara lo scorso maggio, ha tutte le caratteristiche storiche e operative per essere inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche europee ed è per questo che ho presentato oggi una interrogazione in tal senso al Ministero degli Esteri, assieme ai colleghi Martino, Pianetta, Picchi, Malgieri e Polledri”. Lo dichiara in una nota l'On. Fiamma Nirenstein (Pdl), Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera.

“La nostra iniziativa segue di pochi giorni due eventi importanti nella stessa direzione: la decisione della Germania, annunciata dal proprio Ministro dell'Interno Thomas de Maizier, di bandire l’IHH, presente sul proprio territorio con una sede a Francoforte, in quanto l'organizzazione ‘lotta contro il diritto all'esistenza di Israele’ e ‘consciamente e deliberatamente supporta organizzazioni sotto il controllo di Hamas, o Hamas direttamente’. Il secondo fatto di grande rilievo è l’appello rivolto al Presidente Obama da un gruppo bipartisan di 87 senatori americani, con la richiesta di inserire l'IHH nella lista USA delle organizzazioni terroristiche”.

“La definizione dell'Unione Europea di ‘terrorismo’ - sottolinea Nirenstein - si riferisce a tutti gli individui, gruppi o entità che hanno commesso, tentano di commettere, o agevolano l'attuazione di atti terroristici. Con ‘atti terroristici’ si intende anche ‘la partecipazione alle attività di un gruppo terroristico, anche sotto forma di finanziamento o di fornitura di mezzi logistici’.
“Stando a quanto emerso in particolare a seguito dei tragici eventi del 31 maggio, come ormai è possibile leggere in numerosi rapporti, l'IHH mantiene stretti legami con Hamas, organizzazione inclusa nella black list europea dal 2003, e fa parte della ‘Union of Good’, una organizzazione ombrello islamica affiliata ai Fratelli Mussulmani, che nel 2008 è stata a sua volta inserita dagli Stati Uniti nella propria black list”.

“L’IHH è stata oggetto di diverse inchieste: negli anni '90 - continua Nirenstein - il governo turco allora in carica indagò l'IHH per i suoi legami con Al Qaeda e per supporto della lotta armata in Afghanistan, Cecenia e Balcani. Nel 1997, una perquisizione delle sedi della presunta Ong turca portò alla scoperta di armi, esplosivi e documenti che ne provavano il legame con gruppi terroristici. Negli Stati Uniti e in Francia l’IHH è stata anche oggetto di indagini per coinvolgimento nel fallito attentato all’aeroporto di Los Angeles il 31 dicembre 1999”.

“Inoltre, il carattere islamista estremo dell'organizzazione IHH è documentato da numerosi interventi inneggianti al martirio e alla distruzione di Israele; per esempio, già nel febbraio 2009, durante una manifestazione a Gaza, il capo dell'IHH, Bülent Yildirim, aveva auspicato il ‘martirio nel nome di Allah’ contro l'embargo della Striscia; diversi militanti imabarcatisi sulla Mavi Marmara, prima di partire avevano dichiarato ai giornalisti che il loro scopo era il ‘martirio religioso’. Tutto quanto emerso da interviste, numerosi filmati e persino per ammissione di parenti o dai diari di alcune delle 9 vittime, conferma le intenzioni estreme e violente dell’operazione di IHH sulla flottiglia”.

“Per queste ragioni – conclude Nirenstein – ci siamo rivolti al Ministro degli Esteri per sapere quale sia la posizione del Governo italiano rispetto alla possibilità di includere l'organizzazione IHH nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’Unione Europea”.

Segue il testo dell’interrogazione.

Leggi anche l'articolo sul Jerusalem Post: http://www.jpost.com/International/Article.aspx?id=182846 [...]

IHH should be put in the EU terror list

Parliamentary question to the Minister of Foreign Affairs

Whereas:

The NGO called IHH ("Insani Yardim Vafki": Foundation for Human Rights and Freedoms and Humanitarian Relief), according to findings from several sources especially following the tragic events that occurred off the coast of Gaza on 31 May, maintains close ties with Hamas, which is included in the EU’s list of terrorist organizations since 2003;

IHH is one of the prominent members of the "Union of the Good," an Islamic umbrella organization based in Saudi Arabia and affiliated with the Muslim Brotherhood, that on 2008 has been placed on the United State’s black list (under Executive Order 13224);

L'Occidentale, 19 luglio 2010

Intervista a Fiamma Nirenstein di Alma Pantaleo

Fin dalla sua nascita, Israele è stata sotto tiro, nel mirino dei suoi nemici e sotto la lente d'ingrandimento della comunità internazionale. La “Friends of Israel Initiative” si pone invece come obiettivo di mostrare che lo Stato ebraico è un Paese normale, una democrazia occidentale. Ne parliamo con Fiamma Nirenstein, vice-presidente della Commissione Affari Esteri della Camera, e fra i promotori della iniziativa.

Onorevole, cos'è l’iniziativa “Friends of Israel”?

L'iniziativa nasce per merito di Aznar che ha riunito un piccolo gruppo di amici che pensano tutti quanti una cosa molto precisa: è l’ora di finirla con le bugie su Israele e sulla sua delegittimazione ed è il caso che il mondo intero si renda conto che Israele è un Paese come gli altri.

Avete già fatto qualche passo insieme?

L’editoriale uscito qualche giorno fa sul Wall Street Journal è stato il nostro primo gesto comune e spiega che Israele è un Paese democratico, occidentale, che ha tutto il dovuto rispetto per le minoranze, per la legge, per il libero mercato e soprattutto che viene fuori da una cultura che ha consentito lo sviluppo della democrazia. Una democrazia con un retroterra ricco di valori che appartengono alla tradizione giudaico-cristiana. E' giunto il momento di smetterla con la sua criminalizzazione e la sua delegittimazione. [...]

Mediorientale
sabato 17 luglio 2010 -  commenti

RIASCOLTA LA CONVERSAZIONE SETTIMANALE CON IL DIRETTORE DI RADIO RADICALE MASSIMO BORDIN:



Sintesi degli argomenti di questa settimana:

La ricomparsa improvvisa dello scienziato iraniano Shahram Amiri: spia iraniana o collaboratore con gli Usa? Più probabile la prima versione, ovvero un doppio gioco a favore dell'Iran.
Sempre sul fronte iraniano: nuove sanzioni bilaterali da parte degli Usa, in aggiunta a quelle decise con il Consiglio di Sicurezza del giugno scorso.
La nuova posizione russa con le dichiarazioni di Medvedev circa l'avvicinarsi dell'Iran al potenziale per la realizzazione della bomba atomica.

Sul fronte turco: risentimento della Turchia verso gli Usa, in particolare dopo la vicenda della Mavi Marmara.
Il ruolo dell'organizzazione turca IHH nella fase aggressiva avvenuta sulla nave.
Il coinvolgimento della IHH in varie azioni terroristiche internazionali e i rapporti tra l'organizzazione e il partito di Erdogan.
La richiesta di 87 senatori americani, bipartisan, a Obama di indagare su IHH e valutare la possibilità di inserirla nella black list delle organizzazioni terroristiche.
La messa al bando in Germania della filiale dell'IHH con sede a Francoforte, per via del sostegno diretto a Hamas.
La nuova flottiglia prevista per settembre, con una ventina di navi e circa 5000 partecipanti.
L'esito positivo della nave libica diretta a Gaza, organizzata dal figlio di Gheddafi, grazie a un intervento diplomatico multilaterale.

Le commissioni di inchiesta in Israele sulla vicenda della flottiglia del 31 maggio: si cominciano ad avere i risultati di una delle due commissioni, quella interna militare, condotta dal generale Ghiora Eiland. Il rapporto appena consegnato è piuttosto severo. Evidenziati "errori operativi", contrapposti a "fallimenti operativi". E' mancato un "piano B", nonché una buona conoscenza di cosa ci fosse sulla nave. Nel momento in cui i soldati si sono avvicinati e hanno visto la presenza di violenti, era necessario mettere in atto un piano B, allontanarsi, evitando il corpo a corpo sanguinoso. Ma era possibile fermare la nave senza abbordarla? La risposta di Eiland è no, era comunque necessario abbordarla, ma non in quella maniera.
L'esame balistico delle pallottole ritrovate nel corpo di alcuni soldati, fa riferimento ad altre armi, non quelle in dotazione dei soldati stessi.

Sul fronte libanese: il governo libanese ha mandato nel sud del Libano un contingente dell'esercito, per cercare di evitare nuovi attacchi di Hezbollah verso le forze Unifil. Ciò significa che la minaccia di una nuova guerra è presa molto sul serio anche dalle autorità libanesi.
L'esercito israeliano ha rivelato nei giorni scorsi delle informazioni classificate sull'armamento di Hezbollah nel sud del Libano in particolare all'interno di 160 villaggi sotto al Litani. I villaggi, infatti, a differenza delle riserve naturali, non possono essere ispezionati dalle forze Unifil secono il mandato della forza Onu.

Il Giornale, 15 luglio 2010

Al nord: appena accadde, quattro anni fa, noi giornalisti partimmo uno a uno verso il confine settentrionale. Viaggiavamo lenti oltre la valle del Giordano lungo una strada su cui già rollavano in file insuperabili i carri armati e mezzi corazzati di vario genere. Oltre Kiriat Shmone. Nella cittadina di Metulla, dove i carri armati occupavano la parte suburbana che bordeggiava con il Libano, verdeggiante, morbido, ma irto di postazioni di Hezbollah, chi fece in tempo prenotò una stanza nell’albergo locale. Io trovai posto poco lontano in un bed and breakfast senza rifugio, ma con una buona colazione. Era iniziata una guerra che non è mai finita se non nel suo aspetto più evidente, quello dei razzi che piovevano su Israele e che ci scoppiavano fra i piedi, facendo crateri nelle strade di comunicazione, distruggendo case e scuole fino ad Acco e a Haifa, incendiando i boschi di conifere orgoglio di Israele. Un ranger che mi guidò in jeep fra gli alberi in fiamme, bloccò l’auto mentre piovevano i missili per tirare fuori dalla cenere un piccolo camaleonte. A un paio di centinaia di metri da noi, una schiera di soldati delle riserve fu annientata da un solo razzo. [...]

Il Giornale, 13 luglio 2010

Medvedev scarica l’ex alleato, reo di aver protestato per il sostegno di Mosca alle sanzioni decise dall’Onu

Adesso, secondo il perverso principio che se lo dice chi fino ad ora aveva mentito o si sbagliava, allora è vero, non ci sarà più nessuno che potrà tirarsi indietro di fronte alla luce rossa sfolgorante che lampeggia dall’Iran. Perché adesso l’ha detto anche Medvedev, il presidente russo, e certo non senza il permesso di Putin: l’Iran sta per arrivare alla conclusione della sua corsa verso la bomba atomica. È, dice, «vicino al possesso del potenziale che in linea di principio potrebbe essere usato per la creazione dell’arma atomica». Linguaggio un po’ più diplomatico, ma chiarissimo. E la Russia, insieme alla Cina, prima che i pasdaran turco e brasiliano si ergessero al Consiglio di sicurezza contro le sanzioni, era stata sempre il principale nemico delle sanzioni stesse e il migliore amico dell’Iran, quello che metteva il bastone fra le ruote degli Usa per non arrivare mai a una chiara definizione del problema. [...]

Iran is ready for nuclear power: now even Russia says so.

Now, according to the perverse principle that says that if one who until now has lied or was mistaken, then it is true, nobody will pull out in front of the blazing red light that flashes from Iran. Because now Medvedev, the Russian president, has also said it, and certainly not without Putin's permission: Iran is arriving at the conclusion of its race towards the atomic bomb. It is, he says, “moving closer to possessing the capability that could in principle be used to build nuclear weapons”. This rhetoric is a bit more diplomatic, but clear. And Russia, together with China, who - before the Turkish and Brazilian Pasdaran rose against the sanctions at the Security Council - had always been the main enemy of those sanctions and Iran's best friend, as well as the one who put the spoke in the wheel of the United States in order to never arrive at a clear definition of the problem. [...]

Sono addolorata dalla scelta di Massimo Bordin di lasciare il ruolo di Direttore di Radio Radicale. Un ruolo che ha sempre svolto con grande equilibrio, estrema professionalità, garantendo un'informazione di totale apertura verso ogni posizione, rispettando appieno lo stile e la storia di Radio Radicale e il motto einaudiano della radio "conoscere per deliberare". Durante la nostra conversazione settimanale sulle vicende mediorientali abbiamo più volte discusso, ma il dibattito che ne nasceva, è da considerarsi di certo un arricchimento per gli ascoltatori. Così come è stato durante le mitiche conversazioni domenicali con Pannella.
Spero di cuore che la collaborazione di Bordin con la Radio possa trovare un compromesso e di continuare ad avere il piacere di fare colazione con la sua lettura dei giornali.

Israele: un paese normale
venerdì 9 luglio 2010 -  commenti

Cari amici,
quello che segue è un articolo pubblicato ieri sul Wall Street Journal, che presenta la dichiarazione di intenti di un gruppo da poco costituitosi, "The Friends of Israel Initiative", nato su iniziativa dell'ex premier spagnolo Josè Maria Aznar e di cui sono tra i fondatori, insieme a David Trimble, John Bolton, Alejandro Toledo, Marcello Pera, Andrew Roberts, George Weigel, Robert F. Agostinelli e Carlos Bustelo.
La dichiarazione è molto bella, semplice ed efficace. La potete leggere per intero e sottoscriverla a questo link: http://www.friendsofisraelinitiative.org/
Attendo i vostri commenti.
Fiamma



Israele: un paese normale

The Wall Street Journal, 8 luglio 2010

Traduzione di Alma Pantaleo per L'Occidentale

Israele è una democrazia occidentale e un Paese normale. Ciononostante, sin dalla sua nascita Israele ha fronteggiato condizioni anormali. Infatti è l’unica democrazia occidentale la cui esistenza sia stata messa in discussione con la forza, e la cui legittimità venga tutt’ora messa in dubbio indipendentemente dalle sue azioni. La recente crisi legata alla questione della “Flottilla” nel Mediterraneo ha fornito ancora un’altra occasione per i detrattori di Israele di rinnovare la loro frenetica campagna. La situazione era la stessa anche prima che venissero alla luce i fatti del tragico incidente. Si è stati ciechi di fronte alle ragioni per le quali Israele ha dovuto rispondere alla chiara provocazione della Flottilla di Gaza.

Il Giornale, 5 luglio 2010

Stavolta non mancherà la torta. Stavolta il presidente Obama, mentre Bibi Netanyahu vola verso Washington per incontrarlo, prepara la cena, probabilmente per domani; invece, quando a marzo il primo ministro israeliano visitò il presidente USA, questi si alzò dalla loro gelida riunione alla Casa Bianca un minuto prima dell’ora del pasto, mettendo alla porta il collega mediorientale. E non aveva nessun altro a tavola ad aspettarlo se non la famigliola, come precisò allo stupito ospite. Fu uno scandalo, e soprattutto la prova di quanto gli Usa di Obama stessero prendendo le distanze da Israele. Adesso, alla vigilia del nuovo incontro, ci sono buone ragioni per immaginare che le cose andranno meglio, ma l’intrigo si è fatto molto più fitto e danza sempre sull’orlo del baratro.
Cosa c’è in gioco? Naturalmente il processo di pace con i palestinesi, cui Obama tiene assai per portarne a casa almeno una nella sua tormentata politica estera. Come primo punto all’ordine del giorno per Israele, per fare la pace le due parti perlomeno si devono sedere l’una di fronte all’altra e parlarsi direttamente, uscendo dall’impasse dovuta alla scelta dei palestinesi di comunicare attraverso l’inviato americano George Mitchell. È ridicolo, dice Israele, che questi compia una insensata spola fra Gerusalemme e Ramallah, attaccate l’una all’altra come sono e dopo che Bibi ha aperto i varchi di Gaza, ha sbloccato una quantità di check point, ha fatto il famoso «freezing» degli insediamenti dieci mesi fa. E l’ha anche detto: vogliamo due Stati per due popoli, ma parliamoci una buona volta. [...]

Cari amici,
trovandomi in Israele in visita ufficiale, purtroppo non potrò partecipare a questo evento che vi segnalo e al quale vi invito a partecipare.
Oggi alla Knesset ho aperto il mio intervento in occasione della prima riunione del Gruppo di Collaborazione Italia-Israele, ricordando Gilad Shalit: quattro anni di reclusione totale sono un tempo mostruoso per un ragazzo la cui unica colpa è stata quella di trovarsi a difendere il confine di un Paese in costante pericolo e quindi, in definitiva, a difendere il suo diritto ad esistere.
Quattro anni di solitudine, di lontananza dalla famiglia, sono un tempo indicibile per una madre, un padre e dei fratelli che non hanno avuto la possibilità neppure di avere notizie sulla salute del proprio ragazzo, in contravvenzione di ogni norma di diritto internazionale. Gilad deve tornare a vivere. Il mondo deve sapere che egli è, per milioni di persone, uno dei primi pensieri del mattino, nonché la denuncia vivente dell'orrore del terrorismo e dell'estremismo islamico.
Gilad è cittadino di Roma, quindi cittadino italiano, ma soprattutto è cittadino del cuore di qualsiasi persona che si ribella a questa ripugnante ingiustizia.
Promettiamo che saremo al suo fianco e al fianco della sua famiglia fino alla sua liberazione e anche qui oggi, alla Knesset, l'abbiamo promesso a nome del Parlamento italiano.

Benè Berith Giovani, Unione Giovani Ebrei d'Italia e Comune di Roma

Vi invitano a

Manifestazione per la liberazione del soldato israeliano GILAD SHALIT

Il 24 Giugno 2010 alle 21.30

Di fronte al

COLOSSEO

Il 24 Giugno a mezzanotte, saranno passati 4 anni dal rapimento del soldato israeliano, nonché cittadino onorario di Roma, Gilad Shalit.
Purtroppo sulla vicenda è calato un assoluto silenzio, nessun media ne parla più, ma la vita del ragazzo (Shalit ha soli 24 anni) è ancora salvabile!
Per questo è di primaria importanza che ognuno di noi sia presente il 24 Giugno; per far sentire la nostra voce, per far sì che se ne parli, per riaccendere una speranza.
Non mancare!!

Cari amici,
mi trovo in Israele a seguito della delegazione del Presidente Fini per la prima riunione del Gruppo di Collaborazione tra la Camera dei Deputati e la Knesset, ufficialmente istituito a Roma il 6 ottobre scorso con la firma di un Protocollo da parte dei Presidenti Fini e Rivlin. La riunione che abbiamo tenuto oggi alla Knesset è stata estremamente produttiva. Il dibattito tra la nostra delegazione, che comprende parlamentari di tutti i gruppi politici (presenti in Israele sono: Luca Barbareschi (Pdl), Massimo Polledri (Lega), Emanuele Fiano (Pd) e Augusto Di Stanislao (Idv)), e i colleghi israeliani, anche loro in rappresentanza dei vari partiti, si è concentrato su tre tematiche principali: 1) Scenari strategici e prospettive di cooperazione bilaterale e multilaterale; 2) Cooperazione culturale, scientifica e tecnologica, con particolare riferimento alla spinosa questione dei boicottaggi accademici e commerciali di istituzioni israeliane; 3) Ruolo dei parlamenti nella promozione dei diritti umani e nei processi di integrazione.
Abbiamo anche prodotto una dichiarazione comune di intenti che dovrà indirizzare il futuro dei nostri lavori. La potete leggere qui sotto.



PRIMA RIUNIONE DEL GRUPPO DI COLLABORAZIONE
TRA LA CAMERA DEI DEPUTATI E LA KNESSET
(Gerusalemme,23 giugno 2010)


Il 23 giugno 2010 si è svolta, presso la Knesset, la prima riunione del Gruppo di collaborazione parlamentare tra la Camera dei deputati e la Knesset, la cui programmazione è stata fissata dal Protocollo sottoscritto dai Presidenti delle due Assemblee il 6 ottobre 2009
La Presidenza dei lavori è stata assicurata congiuntamente dall’on. Fiamma Nirenstein e dall’on. Orly Levy.

Al termine, la Commissione ha adottato la seguente:

DICHIARAZIONE  FINALE

Il Gruppo di collaborazione

1. Ribadisce il reciproco rispetto e la immarcescibile amicizia fra i due Paesi di provenienza dei rispettivi membri dei Parlamenti e si impegna a portare avanti azioni di comprensione internazionale e di sostegno delle nostre due nazioni nel rispetto dei principi che accomunano le nostre culture di democrazia e di pace, fondati su comuni radici che impongono il rispetto della libertà dell’individuo.

2. Evidenzia la centralità della cooperazione parlamentare per una migliore conoscenza tra i rispettivi popoli ed il rafforzamento dei vincoli di amicizia e di collaborazione che uniscono Italia e Israele, rafforzata dalla presenza in Israele di un’ampia e dinamica collettività di origine italiana, che rappresenta un prezioso patrimonio per entrambi i Paesi. Anche l’Italia peraltro gode di un’antica e preziosa presenza ebraica che sempre ha dimostrato la sua affezione e il suo attaccamento allo stato di Israele, e ne promuove il rispetto religioso e culturale impegnandosi anche a livello parlamentare a combattere ogni forma di antisemitismo. [...]

Il Giornale, 13 giugno 2010

Fonti americane nel Golfo: l’Arabia Saudita è pronta a garantire un corridoio aereo verso Teheran in caso di attacco alle installazioni nucleari degli ayatollah. Anche Giordania ed Egitto preoccupate dei piani atomici di Ahmadinejad.

Nel compleanno delle sanguinose elezioni iraniane, il Times di Londra ha impacchettato un bel regalo per Mahmoud Ahmadinejad: è la notizia che l’Arabia Saudita avrebbe compiuto test significativi nel campo aeronautico e della difesa missilistica. Avrebbe sperimentato la disattivazione dei sistemi di scrambling, ovvero di messa in avaria di meccanismi utili a chi viola il suo spazio, e quella dei sistemi missilistici destinati a colpire qualsiasi velivolo si azzardi a sorvolare il regno sunnita. Lo scopo è evidente: consentire a Israele di utilizzare lo spazio aereo dell’Arabia Saudita, paese che non riconosce Israele, aprendo una scorciatoia verso il bombardamento delle strutture atomiche iraniane. Sarebbe stato anche previsto il rifornimento in volo dei jet. In caso di attacco israeliano alle installazioni nucleari iraniane, infatti, gli obiettivi distano circa 2.250 chilometri, un’immensità se non si accorcia la strada passando per il Nord dell’Arabia saudita. [...]

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