Panorama, n. 31, 30 luglio 2009, pag. 90
Da lontano Israele e la nuova amministrazione americana sembrano in continuo scontro. Il grande dice al piccolo: lascia gli insediamenti. Il piccolo al grande: invece di giocherellare con la politica della mano tesa, attento all'Iran nucleare. Ma il gioco Usa-Israele è complesso, anche perché il nucleare di Mahmoud Ahmadinejad è ormai alle porte e il governo degli ayatollah ha mostrato con la spietata repressione di non avere da parte sorrisi neanche per Barack Obama, che pure vuole dialogare. Notizie riservate mostrano all'orizzonte una visita del segretario della Difesa americano Robert Gates in Israele agli inizi della prossima settimana. Solo pochi giorni fa Gates ha detto all'Economic club di Chicago: «L'iran mi preoccupa più di ogni altra cosa perché non vedo uno scenario in cui si trovino opzioni positive. La mancanza di ottimismo non è solo legata alla sua scelta nucleare, ma anche alla incapacità della comunità internazionale di influenzare la determinazione a portarla a termine». Il programma di Gates in Israele è soprattutto, possiamo arguire, la discussione sull'Iran. Ma attenzione: con lui agli incontri di massimo livello parteciperà (fatto di non piccolo significato) l'inviato del presidente Obama per il Medio Oriente George Mitchell. Mitchell è in realtà il responsabile dei rapporti fra israeliani e palestinesi e quindi degli eventuali sviluppi di un processo di pace. [...]
GIORNALISTI: NIRENSTEIN, ESCLUSIONE ISRAELE NON GIUSTIFICABILE
Dichiarazione dell’On. Fiamma Nirenstein (Pdl), Vicepresidente della Commissione esteri della Camera
"Consideriamo l'esclusione di Israele dalla Federazione Internazionale dei giornalisti (Ifj) una discriminazione senza giustificazioni plausibili e riteniamo un gesto sbagliato estromettere la stampa libera dell'unica democrazia del Medio Oriente dall'associazione che dovrebbe protegge la libertà e l'etica del giornalismo internazionale.
Non mettiamo in discussione la buona fede di Paolo Serventi Longhi, membro italiano del Comitato Esecutivo della Ifj, che sostiene che i giornalisti israeliani siano stati esclusi per il mancato pagamento di quote associative. Ma appare ai nostri occhi del tutto evidente come questa sia soltanto una scusa di quelle forze che, con molta determinazione e con attività permanente, boicottano Israele, ovunque possono, ma soprattutto nell'ambito delle attività intellettuali, sportive e commerciali.
I giornalisti israeliani da noi interpellati lamentano di non essere nemmeno stati avvisati del fatto che alla riunione di Oslo del giugno scorso, in cui è stata deliberata la loro esclusione, si fosse fissato di discutere delle quote associative: essi ci dicono altresì che la comunicazione è giunta per via epistolare solo a decisioni prese.
Ci sembra convincente l'ipotesi del Foglio, per altro confermata da fonti israeliane, che la decisione di boicottare Israele non abbia nulla a che fare con le quote, ma risalga invece alla guerra del Libano del 2006, quando la Ifj attaccò lo Stato ebraico per aver colpito gli studi televisivi di Al-Manar, organo degli Hezbollah.
Ribadiamo quindi che l'episodio ci appare ispirato alla linea del boicottaggio che ha escluso già più volte Israele dall'abito accademico e dalle competizioni sportive (ultimo caso i Giochi del Mediterraneo) e speriamo che i giornalisti della Federazione italiana insorgano con una chiara presa di posizione, aldilà delle scuse burocratiche, contro una decisione che sa da lontano di antisemitismo e di apartheid".
"Cercasi minoranza giornalistica che non creda alla quota anti israeliana"
Il Foglio, 14 luglio 2009
di Giulio Meotti
Roma. Aidan White, segretario generale della Federazione internazionale dei giornalisti, ieri attaccava chi, come il Foglio di sabato e il Corriere della Sera con Pierluigi Battista, ha denunciato il boicottaggio d’Israele da parte della Federazione, che ha appena espulso dal sindacato la branca israeliana con i suoi seicento giornalisti: “Parlare di boicottaggio di Israele o di antisemitismo o di motivi politici dietro quest’azione è assurdoâ€, ha detto White. Anche il portavoce di Articolo 21, Giuseppe Giulietti, chiede alla Federazione di chiarire subito sull’espulsione. Haim Shibi, veterano dell’Unione dei giornalisti di Gerusalemme, spiega che la decisione di cacciare gli israeliani non ha nulla a che fare con le quote, risale invece alla guerra in Libano del 2006, quando la Federazione attaccò lo stato ebraico per aver colpito gli studi di al Manar, l’organo di propaganda di Hezbollah. [...]
Nella fotot: Efrat, con il Sindaco Oded Revivi
Il Giornale, 13 luglio 2009
Quei diavoli negli insediamenti. Anzi: quei diavoli di “coloniâ€, con la parola che implica truci memorie di sfruttamento e imperialismo. Tutto il mondo ne parla in questi giorni, e lo ha fatto anche il G8, per chiedere il “congelamento†della loro presenza nell’West Bank. E l’idea viene dal presidente Obama in persona. I coloni nell’immaginazione popolare hanno il fucile sempre in mano, devastano gli ulivi palestinesi, sono fanatici religiosi, producono figli come conigli così da rendere la loro “crescita naturaleâ€un’arma devastante. Congeliamoli, non può che far bene, dice oggi la lectio comune.
Ma cos’è in realtà un colono? Siamo andati parecchio in giro a dare un’occhiata, fra ulivi, carte, leggi, storia. Intanto, è una figura minuscola sullo sfondo dei conflitti mediorientali, il suo giganteggiare politico odierno ha ben poco a che fare con una jihad che dagli anni ’20 proibisce agli arabi di considerare Israele come uno Stato definitivamente atterrato nella Umma islamica, che sia vista in termini religiosi o panarabisti è poco importante. Israele è per di per sè, agli occhi di molti fedeli dell’Islam, un grande insediamento. In secondo luogo, anche se ora il delegato americano Mitchell e Netanyahu stanno forse per presentare una sospensione di sei mesi nella crescita interna degli insediamenti, molti villaggi e comunità sono già bloccati da anni. [...]
Journey through the West Bank, where life is "frozen"
Il Giornale, 13 July 2009
Those devils in the settlements. In reality, those “colonist†devils, using a word that evokes the cruel memories of exploitation and imperialism. These days, everyone is talking about them – even the G8 – demanding a “freeze†of their presence in the West Bank. And the idea comes from President Obama himself. In the popular imagination, the colonists keep their rifles by their side, devastate Palestinian olive trees, are religious fanatics, and breed like rabbits, turning their “natural growth†into a devastating weapon. Today, common wisdom says that a freeze is the only way to go. But what exactly is a colonist? We went around quite a bit to check things out, studying olive trees, maps, laws, and history. First, the colonist is a tiny figure in the Middle Eastern conflict. The fact that he is a political giant today has little to do with a jihad that – since the 1920s – has forbidden Arabs to see Israel as a state firmly anchored amidst the Islamic umma. And whether that umma is seen in religious or pan-Arabic terms is of little importance. In the eyes of many of the Islamic faithful, Israel itself is just one big settlement. Second, even though US representative Mitchell and Netanyahu might be on the verge of presenting a six-month suspension in the settlements’ internal growth, many villages and communities have been blocked for years. [...]
Ascolta l'ultima puntata di Mediorientale: lil post-G8, le deboli reazioni alla crisi iraniana, Gilad Shalit, la visita di Peres in Egitto, i primi 100 giorni di Netanyahu, la figura della moglie di Netanyahu, il congelamento degli insediamenti e la proposta di moratoria per sei mesi, il ruolo di mediazione di Egitto e Marocco...
(ANSA) - ROMA, 1 LUG - Nel giorno del conferimento della cittadinanza onoraria della citta' di Roma al caporale israeliano Gilad Shalit, il ministro degli Esteri Franco Frattini ha incontrato Noam Shalit, il padre del ragazzo, assicurandogli che ''tornera' a fare pressioni anche in sede europea'' per la richiesta di ''liberazione immediata''.
Erano presenti all'incontro - si legge in una nota della Farnesina - anche Fiamma Nirenstein, vicepresidente della Commissione Esteri della Camera, Riccardo Pacifici, presidente della Comunita' ebraica di Roma e Joanna Arbib, presidente mondiale del Consiglio di amministrazione del Keren Hayesod.
Gilad Shalit e' stato rapito il 25 giugno 2006 mentre pattugliava il confine con la Striscia di Gaza in territorio israeliano; da oltre tre anni e' ostaggio nelle mani di Hamas e
non si sono mai avute notizie ufficiali circa il luogo della sua detenzione, ne' sul suo stato di salute, fisica o psichica.
Il ministro ha affermato che la richiesta di liberazione immediata di Shalit e' una questione cruciale perche' riguarda il tema universale del rispetto dei diritti umani e della liberta' dell'individuo. Per questo tornera' a fare pressioni in questo senso anche in sede europea.
I partecipanti all'incontro hanno manifestato al ministro Frattini l'auspicio che Hamas possa dimostrarsi piu' flessibile riguardo alla richiesta di rilascio, in cambio del soldato, di prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, scendendo ad un compromesso sul numero di prigionieri condannati per crimini gravissimi e che Israele e' riluttante a liberare. Inoltre, durante l'incontro si e' espresso l'auspicio che Israele dia segno di buona volonta' nell'alleviare le difficolta' della popolazione di Gaza. In questo senso, e' stata anche ribadita la fiducia nella mediazione del capo dell'intelligence egiziana Omar Suleiman, che sta lavorando a un prossimo incontro di riconciliazione tra Hamas e Fatah. Tali tentativi - si legge ancora nella nota - sono fondamentali per creare un clima di maggiore fiducia, che possa porre le premesse anche per ottenere l'immediato rilascio di Shalit e, in generale, il raggiungimento di una soluzione pacifica in Medio Oriente.
E’ possibile rispettare i diritti umani quando le forze armate intervengono in operazioni contro il terrorismo? Per rispondere al quesito l’On. Fiamma Nirenstein, membro della delegazione parlamentare italiana presso il Consiglio d’Europa di Strasburgo, ha organizzato assieme al suo collega polacco Tadeusz Iwinski, una tavola rotonda. Oltre a numerosi parlamentari e giornalisti, hanno preso parte al dibattito in qualità di esperti “sul campo†il colonnello inglese Richard Kemp, comandante delle forze britanniche in Afghanistan nel 2003, e il professore Barry Rubin, direttore del Global Research in International Affairs di Tel Aviv. A moderare l'incontro è stato Alexander Guessel, Coordinatore delle attività di contro-terrorismo del Consiglio d'Europa.
Tutti gli interventi sono partiti dal presupposto basilare che una delle maggiori violazioni di diritti umani consiste nell'attacco consapevole della popolazione civile da parte di autentici eserciti di terroristi in quasi tutti i teatri di guerra apertisi nel mondo, che hanno come obiettivo principale i civili del nemico e che usano i priopri civili come scudi umani. Gaza e l'Afghanistan sono gli esempi che stanno quotidianamente di fronte all'opinione pubblica di tutto il mondo. I vari interventi – tutti molto appassionati e sentiti – hanno purtroppo evidenziato come, nonostante i buoni propositi, non vi siano risposte certe a questa domanda, e hanno auspicato un aggiornamento degli strumenti giuridici e delle tecniche di guerra che possano consentire il minore danno alle popolazioni civili e la più larga garanzia di rispetto dei diritti umani. [...]
Il Giornale, 25 giugno 2009
Uno spostamento di alleanze, forse è questo ciò che si è visto in questi giorni durante la visita europea di Benjamin Netanyahu, abbracciato con la sua nuova linea di pace da Berlusconi e Sarkozy, e invece costretto ad annullare l’appuntamento con l’inviato americano Mitchell a Parigi. C’è chi dice che Obama avrebbe mandato a dire a Bibi di «preparare bene i compiti di casa», ovvero di decidere di consegnare agli Usa la decisione di congelare gli insediamenti come Obama richiede e poi di dare il via a una discussione fattiva con la mediazione americana sulle prospettive.
Tant’è: il fatto nuovo è che l’Europa, incarnata da Berlusconi e Sarkozy e sullo sfondo dalla Merkel, pur chiedendo di fermare gli insediamenti e, come ha detto Sarkozy, di dare un chiaro segnale di buona volontà , pure valorizza la scelta di Bibi di ammettere uno Stato palestinese smilitarizzato; e comprende ciò che i palestinesi per ora rifiutano: che Israele chiede, per procedere con le trattative, che essi accettino l’esistenza dello Stato ebraico. «Noi riconosciamo lo Stato dei palestinesi, che loro riconoscano lo Stato degli ebrei» dice Netanyahu. E pare che stia trattando per un congelamento, come segnale di buona volontà , di tutti gli insediamenti per sei mesi. [...]
Tre anni fa, il 25 giugno 2006, veniva rapito il soldato israeliano dicianovenne Ghilad Shalit, prelevato da terroristi di Hamas mentre pattugliava il confine con la Striscia di Gaza, in territorio israeliano. Suo padre, Noam Shalit, che conduce una battaglia estenuante per cercare di sensibilizzare l'opinione pubblica e i leader mondiali sul suo caso, oggi invita tutti a tenere gli occhi chiusi per tre minuti, per figurarsi l'oscurità , l'isolamento, la pena in cui si trova suo figlio da tre anni. Tre minuti contro tre anni di oblio totale.
Durante questo lunghissimo periodo né i genitori di Ghilad, né nessun altro ha mai potuto ricevere la minima informazione sulla salute del ragazzo. Neppure la Croce Rossa Internazionale, in contrasto con quanto stabilito dalla Convenzione di Ginevra, ha potuto visitare Ghilad per verificarne le condizioni di salute, fisica e psichica, o semplicemente per potere certificare che sia ancora in vita.
Ci rivolgiamo quindi oggi alla Croce Rossa Internazionale affinché si impegni con ogni mezzo per visitare Ghilad Shalit, rinnovando così l'invito formulato nello scorso dicembre dal confine con la Striscia di Gaza con una lettera sottoscritta da 24 parlamentari italiani in visita in Israele.
Ci appare inoltre molto significativa e da prendere d'esempio l'iniziativa del Comune di Roma di conferire la cittadinanza onoraria a Ghilad Shalit, decisione che è stata presa oggi in Consiglio Comunale concludendo così l'iter avviato il 2 aprile scorso.
Da oggi pomeriggio, in piazza del Campidoglio, campeggerà un manifesto con la foto di Ghilad e la scritta: "Roma vuole il suo cittadino Gilad Shalit libero".
Dichiarazione dell'On. Fiamma Nirenstein, Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera
Tutti ricordano certamente la vicenda del signor Bert Vorchheimer, che sul Corriere della Sera ha occupato per diversi giorni intere pagine.
Il signor Vorchheimer, nato a Milano ed emigrato nel 1944 negli Stati Uniti, denunciava l'impossibilità di riacquistare la cittadinanza italiana, che gli fu revocata in seguito alle leggi razziali del 1938. All'epoca seguimmo assiduamente la vicenda e sollevammo la questione rivolgendoci al Ministro dell'Interno Maroni e al sottosegretario Mantovano, che mostrarono ambedue grande sensibilità .
Apprendiamo ora che il Ministero dell'Interno, con una circolare del 15 giugno, ha provveduto a fare chiarezza su questa dolorosa vicenda.
La sorte del signor Vorchheimer fu quella di tutti quei cittadini che avevano acquisito la cittadinanza italiana dopo il 1 gennaio 1919. Il Regio decreto n. 1381/38 e il RDL 1728/38 prevedevano infatti la revoca delle "concessioni di cittadinanza italiana fatte a stranieri ebrei posteriormente al 1 gennaio 1919". Questi cittadini, a fronte delle persecuzioni, sono stati costretti in molti casi ad emigrare all'estero, facendo domanda di cittadinanza ai paesi che li avevano accolti. Nonostante nel 1944 tali leggi furono abrogate, questi cittadini, nel momento in cui si sono rivolti alle rappresentanze diplomatiche italiane all'estero per vedere ripristinata la loro cittadinanza italiana, si sono trovati ad affrontare lunghe trafile burocratiche, spesso con esito negativo, come denunciato dal signor Vorchheimer.
La circolare ministeriale di questi giorni chiarisce che "poiché non si trattò di una scelta volontaria in quanto determinata dalle tragiche vicende storiche, i nostri ex connazionali, salvo espressa rinuncia, non hanno mai perso la cittadinanza italiana, trasmettendola dunque ai loro discendenti".
Si pone così fine a un equivoco che ha amareggiato la vita di cittadini sui cui già nel passato si era accanita la sorte di un'odiosa discriminazione razziale.