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Mediorientale
lunedì 14 marzo 2011 -  commenti

RIASCOLTA LA TRASMISSIONE SU RADIO RADICALE SULL'ATTUALITA' DAL MEDIORIENTE:

Il Giornale, 13 marzo 2011

Come raccontare l’attacco bestiale portato ieri a una famiglia del villaggio di Itamar in Samaria, una delle storie di ordinario terrorismo palestinese, uno dei più feroci del mondo, sempre puntato su famiglie, gente inerme, donne, bambini, che i media poi chiamano “coloni”, a giustificazione degli assassini? Eppure ecco per l’ennesima volta l’orrore di quello che è accaduto ieri: una ragazzina di 12 anni partecipa fino a mezzanotte ad un’attività scoutistica con i suoi coetanei nel suo villaggio, Itamar, in Samaria, dove vivono 100 famiglie circa. Torna a casa e bussa alla porta. Nessuno risponde. Quello che vedrà entrando con l’aiuto del vicino è sua madre, suo padre, i suoi tre fratelli di 11 e 3 anni e di due mesi con la gola tagliata, morti. Altri due fratellini di 6 e di 2 anni sono riusciti a fuggire e lei se li tiene abbracciati mentre arrivano inutili ambulanze, inutili squadre di polizia. [...]

Itamar massacre: the result of the culture of hatred

Il Giornale, 13 March 2011

How can a normal human being tell the story of yesterday’s horrific attack on a family in the village of Itamar, Samaria, just one of the many stories of ordinary Palestinian terrorism? Here we find the confirmation that Palestinian terrorism is one of the fiercest kinds in the world, always aimed at families, defenceless people, women and children that the media then label “settlers”, in order to justify the assassins? Yet last night we witnessed untold horrors for the umpteenth time: a 12 year-old girl takes part with other friends in a scouting event until midnight, close to her village, where around 100 families live. She arrives home and knocks on the door. Nobody answers. When she goes inside with the help of her neighbour, what she sees is her mother, her father, her three brothers (respectively 11, 3 years and 3 months old) all slaughtered with their throats cut. Two other little brothers, aged 6 and 2, had managed to escape; she holds them close to her as the pointless ambulances and pointless police teams arrive. [...]

Il Giornale, 12 marzo 2011

E’ la nostra fantasia a suggerirlo, ma ci sembra di vedere re Abdullah ieri, alla fine di una giornata difficile, che trasporta il suo corpo ottuagenario (ha 87 anni) e i suoi bianchi veli svolazzanti fino all’ospedale saudita dove è ricoverato, suo ospite, l’ex rais di Tunisia Zine el Abidine Ben Alì e gli dice: “Vedi, dovevi fare come me: grandi donazioni alla popolazione, la polizia che fa sul serio, e torna la calma”. Infatti, può darsi che non sia detta l’ultima parola, ma certo la monarchia saudita deve aver tirato un respiro di sollievo dopo il fallimento, ieri, del “Giorno della Collera”. Indetto dai social network e ricco di 30mila adesioni su Facebook, dopo tanta preparazione ha visto soltanto duecento coraggiosi nella città di Hofuf, nella regione orientale dell’Arabia Saudita dove era stato arrestato un riverito imam sciita, Tawfik al Amer. [...]

Il Giornale, 9 marzo 2011

Attenzione che la paura di appari­re come Bush non ci faccia diven­tare dei Chamberlain. Per ora, questo è il grande rischio di Oba­ma che, a forza di cercare chiarez­za e legittimità, ci fa sprofondare nella confusione. L’Europa, dato che la Francia e l’Inghilterra vor­rebbero una nuova risoluzione dell’Onu per autorizzare le opera­zioni, non aiuta a fare chiarezza. Ma c’è un punto solo che si distin­gue anche da lontano nella grande confusione concettuale e politica che circonda ormai la questione libica, ed è rosso sangue. I ribelli libici non stanno vincendo, si può dire eufemisticamente: nelle battaglie di ieri Ben Jawad è stata presa, Misurata è circondata di carri armati di Gheddafi, Zawiyah sembra sia stata bombardata dall’aria, e il pozzo petrolifero di Ras Lanuf è stato a sua volta preso di mira dai Mig del rais. Di Tripoli, casamatta del capo, non si parla nemmeno, se non per dire che la polizia di Gheddafi mantiene un rigido e minaccioso controllo della città. [...]

Il Giornale, 6 marzo 2011

Anche quando il mondo arabo si batte per un futuro diverso il problema sembra sia far fuori Israele

C'è qualcosa che ci impedirà, consegnandoci ciecamente all'ignoto, di capire dove conducono le onde della più grande rivoluzio­ne dopo quella anticomunista cui abbia assistito il nostro mondo. É un dannato stupido pregiudizio che ha colori diversi, toni sganghe­rati e toni paludati, che si nutre di menzogne naziste o di raffinate ideologie pacifiste o di luoghi co­muni, ma che ha un focus strategi­co unico: dare addosso a Israele e immaginare che il conflitto con i pa­­lestinesi sia il vero problema del Medio Oriente. Non la libertà dei popoli, o il loro benessere, o il loro progresso verso la modernità. No. Israele, che deve essere spazzata via dalla mappa. Questa invenzione è stata sem­pre l'arma migliore per i vari rais, da Saddam a Gheddafi ad Assad e in Iran per Ahmadinejad. E adesso, ci siamo di nuovo. L'alibi Israele è di nuovo l'arma di consenso che può stravolgere ogni processo di moder­nizzazione. I Fratelli Musulmani di fatto hanno riproposto la loro can­didatura ufficiale in Egitto quando lo sceicco Yusuf Qaradawi ha pro­posto a un milione di persone sulla piazza Tahrir la presa di Gerusa­lemme. Urla di gioia, e nessuno che in Occidente abbia sollevato un so­pracciglio. [...]

The anti-Semitic poison that suppresses the wish for freedom

Il Giornale, March 6, 2011

There is something that will prevent us, consigning us blindly to the unknown, to understand where the waves of the greatest revolutions since the anti-communist ones that our world has seen will lead. It is a damn stupid bias that has different colors, incoherent and bombastic tones, which feeds on Nazi lies, refined pacifist ideologies or simply cliches, but that has a sole strategic focus: to bash Israel and to imagine that the conflict with the Palestinians is the real problem in the Middle East. Not the freedom of peoples, or their well-being, or their progress toward modernity. No. Israel, which must be wiped off the map. This invention has always been the best weapon for various dictators, from Saddam to Qaddafi and from Assad to Ahmadinejad in Iran. And now, here we go again. Using Israel as an excuse is again the weapon of consensus that can disrupt any process of modernization. The Muslim Brotherhood, in fact, have presented again their official candidacy in Egypt when Sheikh Yusuf Qaradawi suggested to a million people in Tahrir Square the conquest of Jerusalem. Shouts of joy, and no one in the West raised an eyebrow. [...]

Dichiarazione dell’On. Fiamma Nirenstein, Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera

“Assistiamo oggi all’ennesima dimostrazione dell’incoerenza e della totale inefficienza dell’ONU come garante della difesa dei diritti umani nel mondo: oggi infatti viene ufficializzato l’ingresso dell’Iran nella Commissione per la Condizione femminile (Commission on Status of Women, Csw), il principale organismo ONU dedicato ai diritti delle donne.

La presenza dell’Iran nel Csw è frutto di un vergognoso baratto avvenuto nell’aprile scorso, quando il paese degli ayatollah era candidato al Consiglio per i Diritti Umani e solo una dura e onorevole battaglia dei paesi democratici, tra cui il nostro, impedì all’ultimo minuto che questo accadesse. Quello che per tutti questi mesi si è ignorato è che la rinuncia dell’Iran a quel seggio fu ricompensata con un mandato di 4 anni nel Csw, un’istituzione dedicata alla “parità di genere e all’avanzamento della condizione delle donne nel mondo”, come recita il suo statuto.

Così, mentre l’ordinamento giuridico iraniano, fedele alla Sharia e quindi poligamico, prevede la lapidazione per le adultere, punisce, in quanto atto contro la morale pubblica, le donne che non indossano il velo, e non sanziona il delitto d’onore, all’Onu sarà proprio questo paese a monitorare il rispetto dei diritti femminili nel mondo, come hanno fatto nello scorso mandato altri autorevoli membri quali la Cina, che pratica l’aborto selettivo, o il Pakistan, dove l’acidificazione delle donne è pratica comune.

Quando arriverà il momento in cui ci decideremo a fare i conti con il continuo paradosso delle dinamiche onusiane, che proteggono i violatori dei diritti umani con la nostra connivenza ad assurde maggioranze automatiche?”.

Roma, 4 marzo 2011

Il Giornale, 2 marzo 2011

«When you have to shoot, sho­ot, don’t talk» dice Eli Wallach in "Il buono, il brutto e il cattivo", mentre fa fuori l’as­sassino che era venuto per ac­copparlo e invece si è perso in inutili minacce. La parabo­la non ha niente di feroce, è solo realistica: noi parliamo e parliamo e intanto i destini si compiono. Anche i destini di giovani, donne, bambini innocenti, se non viene fermato il tiranno determinato a sedersi sul cumulo delle loro vite. Anche adesso che, dopo un biennio di tentennamenti obamiani, gli Usa cercano di mostrarsi decisi di fronte alla rivolta del mondo arabo, Hillary Clinton ha cercato tuttavia di esorcizzare la memoria recente di un’America troppo interventista dicendo e negando, volendo e rifiutando. Intervenire sì, ma con juicio, fermare Gheddafi, ma senza armi. La Clinton sa bene che uno dei motivi principali dell’elezione stessa di Obama è sempre stata la sua violenta contrapposizione alla figura di George W. Bush e al rifiuto del tema dell’esportazione della democrazia sulla punta della lancia. [...]

The dangerous doubts of the U.S. administration

Il Giornale
, March 2, 2011

“When you have to shoot, shoot, don't talk,” said Eli Wallach in "The Good, the Bad and the Ugly", as he guns down the murder who had come to bump him off and who instead, lost himself in unnecessary threats. The parable is not fierce, it's just realistic: we talk and talk and meanwhile, destinies are fulfilled. And also those of young people, women and innocent children, if the tyrant who is determined to sacrifice their lives is not stopped. Even now that, after two years of Obamian hesitations, the U.S. has been trying to appear determined in the face of the revolts in the Arab world, still Secretary of State Hillary Clinton has sought meanwhile to exorcise the recent memory of a too interventionist America, by saying one thing and denying another, wanting one outcome and rejecting the other: to intervene yes, but with good judgment, to stop Qaddafi, but without weapons. Clinton knows well that one of the principle reasons of Obama's election was his violent opposition of George W. Bush's figure and the refusal of the idea of the exporting democracy on the tip of the spear. [...]

Il Giornale, 28 febbraio 2011

Mentre metà del mondo grida «libertà!», chi poi decide fino in fondo, in base ai criteri della governance mondiale che ci siamo costruiti, sono sempre coloro che la libertà non sanno nemmeno dove stia di casa, ma conoscono be­nissimo invece l’indirizzo dell’Onu, dove agiscono da padroni or­mai da decenni. In questo caso parliamo della Cina che, insie­me alla Russia, altro Paese che campione di libertà non risulta davvero, è riuscita a influenza­re le sanzioni che il Consiglio di sicurezza ha votato per cercare di bloccare la mattanza di Gheddafi. Mentre la vendita di armi è bloccata, bloccati i beni degli otto figli del raìs e bloccati i movimenti di alcuni personag­gi vicini a Gheddafi e ritenuti quindi pericolosi, solo dopo molti sforzi sulla Cina si è potu­to o­ttenere che la risoluzione ri­ferirà, come richiesto dai Paesi occidentali, al Procuratore del­la Corte Penale Internazionale; e a causa della Russia, il testo ri­chiamerà l’articolo 41 che met­te fuori gioco ogni misura che richieda l’uso di forze armate o di interposizione. [...]

di Fiamma Nirenstein
Tratto da Il Foglio, 24 febbraio 2011: "Sotto la piazza l'abisso? Sguardi preoccupati di esperti davanti al vuoto lasciato dal rais"

Se le rivoluzioni, gigantesche e sconosciute, che fanno dei Paesi islamici una promessa e una minaccia, falliranno sarà perché i giovani oggi in piazza (chiunque essi siano e comunque la pensino, muoiono per la libertà) avranno dovuto pagare un triste tributo a quelli stessi dittatori che hanno cacciato via. L’insistente domanda che poniamo a noi stessi, e che molti smussano invocando i nuovi idoli dei social network, è quanto la destituzione dei tiranni arabi possa condurre a una società moderna, democratica, insomma a noi non aliena e nemica.

Le società mussulmane possono farlo: i giovani ottomani negli anni fra il 1830 e il 1850, all’inizio con riluttanza, poi con slancio, impararono almeno una lingua europea, viaggiarono, divennero i portabandiera del desiderio di dare al loro Paese, da patrioti liberali, un governo istituzionale e parlamentare nel quale vedevano il talismano del successo europeo. [...]

L'Iran a Suez: ecco il dopo Mubarak
mercoledì 23 febbraio 2011 -  commenti

Il Giornale, 23 febbraio 2011

Guardiamole bene quelle due navi iraniane che sono entrate alle quattro del pomeriggio nel nostro Mediterraneo. E’ uno spettacolo del tutto nuovo, ed è tutto dedicato a noi europei, israeliani, americani, è stato messo in scena per farci digrignare i denti: dal 1979 l’Egitto non lasciava passare dal suo prezioso corridoio le navi dell’Iran khomeinista, il Paese della rivoluzione sciita integralista e nemica acerrima del potere sunnita, se non di quello estremista di Hamas, dei Fratelli Musulmani e di Al Qaeda e altri compagni del genere. Adesso, invece, ecco il primo gesto dell’Egitto post-rivoluzionario: visto che l’alleato americano, il più fedele amico, si è scansato appena la folla si è messa in marcia, il nuovo-vecchio potere militare immagina prudentemente nuove alleanze, meglio non litigare con Ahmadinejad che riempie infatti di lodi la rivoluzione egiziana. Anche i Sauditi, anch’essi leader del mondo sunnita anti-sciita, non hanno mai avuto simpatia per l’Iran khomeinista, al contrario. Anzi, ultimamente si sono battuti per difendere Mubarak: il re Abdullah ha fatto una telefonata durissima a Obama per dirgli di non umiliare il suo amico. Ma il presidente americano invece l’ha abbandonato, ed ecco che anche i sauditi tastano nuove possibilità strategiche: le navi iraniane hanno fatto scalo, sembra, dal porto saudita di Jedda. [...]

M.O.: NIRENSTEIN (PDL), NAVI IRANIANE GRAVISSIMO PERICOLO = AUTENTICO RIVOLGIMENTO GEOPOLITICO E STRATEGICO, E' EVIDENTE
L'INTENZIONE DI PROVOCARE UNA REAZIONE ISRAELIANA

Roma, 22 feb. (Adnkronos) - La presenza nel Mediterraneo di due navi da guerra iraniane e' "una grave provocazione, un gravissimo pericolo". Cosi' Fiamma Nirenstein (Pdl), vice presidente Commissione Esteri, commenta, all'ADNKRONOS, la notizia del passaggio attraverso il Canale di Suez di due navi da guerra dell'Iran, oggetto di un'interrogazione di Alessandro Ruben (Fli), al ministro degli Esteri sui rischi di destabilizzazione dell'area e per i nostri militari impegnati nella regione in missione di peacekeeping.

"Credo che Ruben abbia ragione, e' una preoccupazione importante, anche per i nostri militari che sono in quell'area -prosegue Nirenstein- un autentico rivolgimento geopolitico e strategico: sarebbe la prima volta che l'Egitto consente a navi iraniaine di arrivare nel mediterraneo. E' evidente l'intenzione di provocare una reazione, almeno psicologica, israeliana. Poi vi e' il rischio di una consegna di armi a Hezbollah".

"Questo Egitto post rivoluzionario fa una politica diversa da quella di Mubarak nei confronti dell'Iran ed altro elemento preoccupante e' che queste navi sembra abbiano fatto scalo a Gedda, in
Arabia Saudita. Siamop di fronte a una nuova espansione del potere iraniano che ha sempre avuto un carattere aggressivo, integralista islamico, che prepara strutture atomiche non pacifiche, minacia la distruzione dello Stato di Israele, manifesta intenzioni aggressive nei confronti di tutta la civilta' giudaica-cristiana che ha la sua culla nel Mediterraneo", conclude Nirenstein.

Il Giornale, 21 febbraio 2011

Se ci affacciamo sull’affresco delle rivoluzioni nel mondo islamico, in mezzo al sangue, ai messaggi su Google, ai cortei e all’orrore dei centinaia di morti in Libia, vediamo un panorama grande dal Marocco, all’Egitto, allo Yemen, al Bahrein e via ancora... e per fortuna risorge ieri l’Iran. Quanto nutrimento indigesto per la mente, quante pulsioni anche antagoniste. E qui fa specie che un osservatore esperto come l’ex primo ministro Massimo d’Alema nella sua intervista al Sole 24 ore ricalchi schemi cancellati dal tempo, in cui elezioni vogliono dire democrazia, democrazia vuole dire folla in marcia, folla in marcia vuol dire magnifico spettacolo. È un vizio tipico di una mentalità del genere «Stati generali» che viene condivisa da parecchia parte della sinistra e che porta a trovarsi spesso in compagnie scomode perché sovente una volta scesi dalle barricate i rivoluzionari si dimostrano pericolosi estremisti e persino terroristi. [...]

Dichiarazione dell’On. Fiamma Nirenstein (Pdl), Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera

“Condanno nella maniera più assoluta l’uso senza precedenti della violenza che il regime di Gheddafi sta praticando sulla folla dei suoi concittadini. Nessuna delle rivoluzioni in corso in tutto il mondo musulmano ha avuto finora esiti così sanguinosi.
Pur augurandomi che le cose possano trovare una loro soluzione pacifica, non posso che rilevare l’indisponibilità di Gheddafi a soluzioni che abbiano a che fare con la nostra cultura della libertà, cosa che mi apparve evidente già quando mi astenni in Aula nel voto di ratifica dell’accordo Italia-Libia, approvato da quasi tutto l’arco parlamentare.
Le ragioni per cui lo feci, e che dichiarai in Aula, non erano attinenti al contenuto del trattato, che a me parve pieno di buona volontà e molto utili rispetto alla soluzione di un contenzioso che da anni impegnava tutti i vari governi italiani e che di fatto è stato in gran parte risolto, nonché alla questione degli sbarchi clandestini che sono diminuiti in maniera notevole. Le mie ragioni erano radicate nella difficoltà a credere in un interlocutore come Gheddafi, le cui parole sempre estremiste e le cui continue minacce all’ONU e allo Stato di Israele mi resero difficile, allora come oggi, credere nella sua autentica disponibilità.
L’esito di tutte le rivoluzioni cui assistiamo in questi giorni è ancora molto difficile da prevedere e l’Europa deve monitorare ogni possibilità di svolta verso l’integralismo islamico, un rischio che anche la Libia corre. Ma il nostro primo dovere ora è pronunciarci senza riserve perché si smetta quanto prima di sparare sui manifestanti”.

Roma, 21 febbraio 2011

Libya, Nirenstein: our duty to firmly condemn Gheddafi's regime violence

Statement by Hon. Fiamma Nirenstein, Vice-president of the Committee on Foreign Affairs, Italian Chamber of Deputies

"I firmly condemn the incredible use of violence of Gheddafi's regime against the crowds of his fellow citizens. None of the current revolutions in the Muslim world has yet had such bloody outcomes.
Although I wish things might peacefully settle, I cannot but stress Gheddafi's unwillingness for solutions that have to do with our culture of freedom. This was already clear to me when I abstained from voting the ratification of the Agreement between Italy and Libya, which was approved in 2009 by the almost entire Parliament.
The reasons of my abstention, which I declared in the parliamentary assembly, were not pertaining to the content of the treaty, which in my opinion showed good will and offered a solution to the dispute that had long involved different Italian governments and that indeed has in large part been settled; the agreement has also offered a solution to the question of illegal immigrants, the number of which has remarkably decreased. My reasons were based on the impossibility to believe in a deal with a partner as Gheddafi, whose radical words and whose constant threats to the UN and to the State of Israel made me very sceptical regarding his authentic willingness.
The outcome of the revolutions we are assisting these days is still difficult to foresee. Europe has to monitor every opportunity of evolving Islamic extremism, a risk that Libya also runs. But now our major duty is to speak out without reserves so that shootings on the protesters stop as soon as possible".

Rome, February 21, 2011

Il Giornale, 19 febbraio 2011

In Piazza Tahrir, che come un grande teatro a più scene ci ha rappresentato per giorni scene di rivoluzione, di gioia e di morte, commedie e tragedie, un’inviata della CBS News è stata brutalizzata sessualmente per mezz’ora da una folla di uomini eccitati. Grandi rivoluzionari, decine di grandi combattenti della libertà che il mondo intero stava esaltando; bastava guardare la CNN e la BBC. Il cameraman di Lara Logan, una bella donna di 39 anni, veterana dell’Iraq e dell’Afghanistan, è stato trascinato via e picchiato; la giornalista è stata infine salvata da una folla che le cronache definiscono di «donne e soldati», ma chissà se è una narrativa mirata a ricomporre un’icona. Negli altri angoli della piazza la storia seguiva il copione: si gridavano slogan, si resisteva all’attacco degli uomini cammellati di Mubarak, si marciava, si filmavano giovani blogger, donne con e senza velo, la loro sete di libertà, il loro coraggio… Intanto, in quell’angolo si stava svolgendo una scena che non poteva, non doveva dire nulla sulla rivoluzione che piace alle telecamere, che nutre gli stereotipi più cari all’informazione liberal. Questa informazione per giorni ha nascosto che non pochi fra i giornalisti occidentali, tutti favorevoli alla rivoluzione, venivano in realtà strattonati e minacciati, talora portati via dalle forze dell’ordine… [...]

Mediorientale
giovedì 17 febbraio 2011 -  commenti

RIASCOLTA LA CONVERSAZIONE CON MASSIMO BORDIN SULL'ATTUALITA' DAL MEDIORIENTE:



Sintesi degli argomenti:

Israele cerca di recuparare la fiducia nella rivoluzione egiziana. Sharansky, dissidente nell'ex URSS, ha scritto: "E' tempo di credere nella dimocrazia", sollecitando il paese ha sostenere la lotta per la libertà nel mondo arabo.

Israele però teme: quattro delle sue ambasciate in paesi musulmani sono state prese d'assalto e chiuse.

Israele ha acconsentito (come stabilito dagli accordi di Camp David del 1978) al dispiegamento di militari nella penisola del Sinai, dove l'esercito egiziano si trova ad affrontare l'estremizzazione dell'area (scontento delle popolazioni beduine, infiltrazioni di Al Qaeda e Hamas..).

L'importanza degli accordi di pace tra Israele ed Egitto: importanza non solo per Israele stesso, ma anche per gli equilibri dell'intera area.

La messa in discussione di questo accordo costituisce un topos che accomuna molte forze. ElBaradei è stato il primo, agli inizi della protesta, ad affermare che il trattato di pace con Israele è un trattato di Mubarak e non del popolo egiziano. I quotidiani di tutto il mondo arabo hanno dato adito a questa stessa tesi, per cui è giunto il momento di rivedere la pace con Israele: Teshreen (Siria), Al Quds Al Arabi (quotidiano arabo che esce a Londra) An-nahar (quotidiano libanese vicino ai maroniti). Anche Ayman Nour, il presidente del partito liberale Al Ghad, che osò nel 2005 sfidare Mubarak alle elezioni presidenziali e per questo fu poi incarcerato per 4 anni, ha dichiarato che l'accordo con Israele va rivisto. [...]
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