NEW YORK – Italy’s undersecretary of deputy of foreign affairs, Marta Dassù, stated last week that the Bulgarian investigation into the suicide bombing of an Israeli tour bus, which resulted in the deaths of five Israelis and a Bulgarian bus driver, is limited to the terrorism attack in Burgas, the seaside resort in Bulgaria. Her position prompted criticism form Fiamma Nirenstein, a deputy in the Italian parliament, who told The Jerusalem Post on Sunday that a strong signal is badly needed from Europe that Hezbollah is dangerous and needs to be included in the EU terror list. Nirenstein told the Post that the investigation of Hezbollah should include all of Hezbollah’s terrorism attacks over the years. In response to a parliamentary question from the deputy, who is the vice chair of the Italian Foreign Affairs Committee, Dassù wrote, “the decision to include Hezbollah in the terrorism list of the European Union requires, as known, unanimity within the EU Council which has not yet been achieved for the purpose of such an inclusion. [...]
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È impossibile abituarsi alle stragi in Siria, 43mila morti in undici mesi. E quella di ieri, che avviene nella provincia di Hama, a Halfaya, proprio nei giorni in cui il mondo ama raffiÂgurarsi come propenso alla bontà e destinato alla pace, deÂsta un orrore intollerabile, che non può restare senza risposte. Le immagini che ci è toccato vedere ieri, risultano ancora più inguardabili del solito. MilÂle persone in fila davanti al neÂgozio più essenziale nella stoÂria umana, la panetteria, sono state assalite premeditatamenÂte dal fuÂoco di Assad e fatte a pezÂzi almeno in trecento. Erano ciÂvili, donne e bambini, e anche chi è giustamente preoccupato della successione ad Assad dalÂla presenza nelle forze ribelli in maggioranza della Fratellanza Musulmana, salafiti e anche uomini di Al Qaida, non può non capire che Assad non può più restare al potere secondo ogni criterio di decenza e di leÂgalità internazionale. Hama olÂtretutto è la mitica ferita che fu già aperta dal padre di Bashar, Hafez al Assad, che vi compì una strage gigantesca, c’è chi diÂce 10mila persone, chi parla di 40mila. Anche allora le vittime erano cittadini sunniti, sempre nemici del potere alawita afÂfiancato dagli sciiti. [...]
Dichiarazione dell'On. Fiamma Nirenstein. Vicepresidente della Commissione Esteri dela Camera
"La liberazione di Ghilad Shalit mi porta un'indicibile gioia dopo tanti
anni di attesa. Mi felicito con la sua cara famiglia, che ho avuto modo
di incontrare ripetutamente, e con tutto il popolo di Israele. E'
impossibile tuttavia ignorare la differenza fra la dolcezza e i
sentimenti di pace con cui la liberazione di Shalit è stata accolta in
Israele e le grida di guerra delle manifestazioni, sia a Gaza che in
Cisgiordania, con cui sono stati accolti i prigionieri palestinesi
liberati nello scambio, gran parte di essi terroristi condannati, con
processi regolari, a ergastoli plurimi per orribili delitti compiuti
contro la popolazione civile israeliana".
Roma, 18 ottobre 2011
"Ubiquitous child labor violations, repression of press freedom" are
among abuses cited in objections to PNC's "partner of democracy" status.
BERLIN – A group of French and Italian lawmakers opposed the Council of
Europe’s decision last week to upgrade the Palestinian National Council
to the category of “partners of democracy†because of widespread
Palestinian human rights violations and a fractured Palestinian
government.
The recognition of the PNC means it gets observer status at the Council of Europe.
The objections, outlined in a two-page letter to the council, was sent
in advance of the decision to make the PA the second non-European body
to become a partner for democracy. Morocco’s parliament was the first
legislature to become affiliated with the council. [...]
Il Giornale, 24 settembre 2011
Il leader palestinese attacca Gerusalemme e la accusa perfino di
apartheid. Invece Netanyahu chiede un incontro per cercare davvero la
pace
Il migliore amico che ha Israele in questo momento è Hamas: il gruppo terrorista palestinese è contro la dichiarazione unilaterale di uno Stato Palestinese all’ONU. Dice chiaramente che è una perdita di tempo, dato che lo scopo autentico è la distruzione dello Stato d’Israele. Dunque, meglio investire in terroristi e missili. Abu Mazen possiamo invece definirlo un nemico esitante: gli americani (in particolare Obama) sono contrari alla dichiarazione unilaterale palestinese, gli europei tentano di evitare un gesto che rifiuta la trattativa, indispensabile premessa di pace, e che sarà invece un tornado nel mondo arabo. Abu Mazen la sta facendo grossa, si sa che è confuso, ma per ora procede. [...]
Erdogan makes up his own “Arab springâ€
At this moment, Israel’s best friend seems to be Hamas: the
Palestinian terrorist group is against the unilateral declaration of a
Palestinian State to be discussed at the UN general Assembly soon. It
openly says it is a waste of time since its real aim is the destruction
of the Sate of Israel. So, for Hamas it is sincerely better to invest on
terrorists and missiles, and they affirm that. On the other side, Abu
Mazen can be defined as a hesitant enemy: the Americans are against the
unilateral declaration of the Palestinians, while the Europeans try to
avoid the rejection of the principle of negotiations. They know that a
unilateral declaration will not bring to any peace and will be instead a
tornado in the Arab world. But even in his confusion, Abu Mazen is
going on straight fro a victory at the UN. [...]
Manca solo che l’Onu metta un gatto a presiedere la commissione per la
difesa dei topi. Più o meno suona nello stesso modo la terza sessione
del 2011 della Conferenza dell’Onu per il disarmo, dato che è presieduta
in queste settimane dalla Corea del Nord. Ban Ki Moon ha definito la
conferenza come «l’indiscutibile sede di tutti gli sforzi internazionali
per il controllo delle armi». Dunque, la Corea del Nord dovrebbe
occupare la sedia presidenziale contro se stessa, la sua politica
atomica, missilistica, comunista, anticapitalista, antimperialista. E
sempre pronta a fornire armi ad altre dittature come la Siria, in questo
a braccetto con l’Iran, che aiuta nella corsa nucleare. La Corea del
Nord è anche un paese totalitario che fa uso sistematico di mezzi di
repressione fra cui atroci campi di concentramento. [...]
Forse Bashar Assad ha intenzione di far fuori tutti i siriani e restare da solo a governare un Paese vuoto. E forse glielo lasceremo fare, data l’incertezza con cui tutto il mondo si gratta la testa mentre l’esercito fa le pulizie con i tank, i mitra, le bande che terrorizzano e uccidono chiunque si affacci per le strade. Ieri è stata la quarta volta del Consiglio di Sicurezza dell’ONU dall’inizio della rivolta, se non ne dimentichiamo qualcuna. [...]
The UN Bad conscience: paralysed by vetoes
Il Giornale, August 2nd, 2011
Maybe Bashar Assad intends to kill all Syrians and to rule over an empty Country. And maybe they will let him do so, given the paralysis that characterizes the international attitude toward the cleansing actions of tanks, guns, bands that terrorise and kill anyone who steps into the street. [...]
Nella rubrica "Due sguardi sul Medio Oriente" di questa settimana Massimo Bordin e Fiamma Nirenstein affrontano questi argomenti:
La situazione socio-politica israeliana: nonostante lo sviluppo economico, è sempre più forte la protesta dei giovani che vogliono una casa.
La situazione siriana: il veto di Russia e Cina al Consiglio di Sicurezza pesa sulla capacità delle istituzioni internazionali di esprimersi con forza contro il regime di Bashar Al-Assad.
I rapporti tra il governo turco e i militari: di nuovo poco sereni a causa di una nuova ondata di arresti di generali.
La democrazia marocchina: la donna è più libera che nel resto del mondo arabo.
Quattrocentomila persone in piazza in una città di 700mila abitanti,
Hama, in Siria, sono davvero tanti. Un milione in piazza Tahrir, al
Cairo, 5 mesi dopo la cacciata di Mubarak, sono un’esagerazione. La
temperatura è altissima nel mondo arabo e ci dice che forse le diagnosi e
le medicine non erano le più azzeccate. È chiaro che ciò che hanno
ottenuto gli egiziani è lontano dal costruire fiducia in quel governo
militare che a parte Mubarak e alcuni suoi stretti collaboratori non ha
saputo mettere in moto non dico una democrazia, ma nemmeno i processi
che dessero ragione, famiglia per famiglia, degli 845 morti nelle
dimostrazioni della «primavera». [...]